ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski

mercoledì 18 novembre 2009

Reduce dall’avventura gotico-grottesca di Per favore non mordermi sul collo, Roman Polanski dirige per la prima volta un film tratto da un romanzo (lo farà anche in futuro per L’inquilino del terzo piano, Tess, Luna di fiele e La nona porta) quello omonimo di Ira Levin, del 1967. Per il regista non si tratta di materia estranea al suo mondo: egli infatti vi ritrova, come vedremo, alcune delle sue ossessioni presenti già allora nella sua opera e che continueranno a tornare, in questo caso la figura di una donna angosciata nello spazio oppressivo di un appartamento.
Il film, prodotto dal regista William Castle, famoso per i suoi B-movies e le sue trovate spettacolari per impressionare gli spettatori (sedie da cinema con scossa incorporata e altre amenità) è molto lontano dalle amabili ingenuità degli horror del produttore. 
E, tristemente, non avrà bisogno di originali escamotage pubblicitari per aumentare la propria fama. L’uscita del film precede di poco, infatti, la morte di Sharon Tate, bellissima moglie del regista, barbaramente uccisa da Charles Manson folle satanista leader di un numeroso gruppo di adepti, delitto per il quale oggi sconta la massima pena.Un’altra morte rese drammatica l’atmosfera dell’uscita del film poiché nel 1968 scomparve anche il grande compositore e musicista Krzystof Komeda, autore della colonna sonora e di bellissime musiche polanskiane, fin dal primo lungometraggio, Il coltello nell’acqua.Non bastasse tutto questo a gettare sulla pellicola una luce inquietante, si deve aggiungere che il palazzo in cui si svolge la storia di Rosemary’s baby è stata l’ultima dimora di John Lennon, assassinato poco fuori da casa nel dicembre 1980. New York, estate ’65. Un’inquadratura dall’alto dell’appartamento dove si svolgerà il film ci introduce (e ci congederà) all’odissea mentale e fisica di una donna da poco sposata ad un attore di poca fortuna. I due, trasferitisi in un appartamento vittoriano del Bramford, grande palazzo al centro di Manhattan, non danno peso alle voci sulle morti sospette in quell’edificio. Dopo aver modificato pesantemente l’arredamento della casa cercano di adattarsi alla nuova vita entrando anche in rapporto con i vicini di casa, i Castevet, una coppia di signori anziani. Una ragazza ospite dei vicini si suicida gettandosi dal settimo piano. I rapporti con i vicini, nonostante l’accaduto, si fanno sempre più frequenti e intimi, malgrado una palese refrattarietà di Rosemary che comunque accetta la frequentazione, non volendo contrariare il marito entusiasta. Se possibile la presenza dei Castevet si fa ancora più forte quando Rosemary rimane incinta, dopo una notte in cui sogna (o, almeno in un primo tempo, crede di aver sognato) di essere posseduta da una demoniaca figura mostruosa. Rosemary vive quasi sempre in casa e diventa sempre più debole, dimagrendo anziché ingrassare. E’ assolutamente terrorizzata da qualsiasi presenza che venga a turbare la sua gravidanza che, nonostante fosse nei suoi progetti, non sa vivere altrimenti che come un incubo. Da questo momento Rosemary comincia a perdere la possibilità di avere fede e di fidarsi di qualcuno fino a cadere nell’angoscia più assoluta. In un primo momento perde la già debole fiducia nei vicini che le consigliano bizzarre diete e cure e che con la loro asfissiante invadenza la spossano e le tolgono energia; poi del marito, che al contrario di Rosemary sta passando un felice momento della sua vita data la fortuita cecità di un attore di cui egli ottiene la parte; dell’amico dottore che in un primo tempo sembrava darle ragione sulle folli cure dei Castevet; infine di se stessa, incapace di sapere se la sua vita è follia o verità. Sola, ancora più sconvolta dalla “scoperta” (attraverso un anagramma) che Roman Castevet è Steven Marcato figlio del mago Adrian Marcato, non trova più le forze per opporsi al vero e proprio sequestro del figlio appena partorito. Di lui vedremo solo gli occhi.Vicenda di una donna dalla psiche in difficoltà e ossessionata dall’esterno (come in Repulsion) ma minacciata dall’interno, di un’appartamento che influenza-rappresenta i sentimenti dei personaggi (ancora Repulsion ma anche Cul de sac) è la storia dell’orrore della normalità e per la normalità, dell’angoscia che deriva dall’impossibilità di avere fede: in qualcuno, nella propria famiglia e in ultima analisi di se stessi. Le figure genialmente tratteggiate dei Castevet, né primi né ultimi di una serie di inquietanti vicini di casa polanskiani, possono rappresentare l’ingerenza delle regole, la violenza della gerarchia vecchio/giovane, la falsità terribile del potere, la dittatura di chi vuole uccidere l’individualità ma Polanski non si ferma a descrivere l’orrore della prigione del matrimonio o, anche, della prigione della cultura della maggioranza. Il regista, depurando il soggetto da ogni elemento che possa ridurre tutto ad un dibattito di fede religiosa ha prodotto un racconto in cui a non esserci non è solo la fede in Dio; tutto manca, la razionalità si sgretola, ogni metodo, posizione, idea fallisce. E’ il racconto dell’assenza tout-court. E’ la riflessione sulla mancanza assoluta di certezza, nel senso più ampio dell’ambiguità della percezione del mondo. Nel tentativo di raccontare tutto ciò il regista ha tentato in ogni modo di equilibrare gli elementi in gioco in modo tale da non dare modo allo spettatore di poter propendere con certezza verso il polo del sogno o quello della realtà. E i cinque secondi i buio che seguono una cena a casa di un amico della coppia (che aveva loro sconsigliato di trasferirsi al Bramford), sono lì esattamente a produrci il dubbio, l’equilibrio terribile, che è il nulla: l’impossibilità vertiginosa dell’interpretazione.Stefano Rizzo

Bibliografia essenziale italiana:
Alessandro Cappabianca, Roman Polanski, Le Mani
Alberto Scandola, Il fantasma e la fanciulla. Tre film di Roman Polanski, CIERRE edizioni
Stefano Rulli, Flavio de Bernardiniis, Roman Polanski, Il Castoro Cinema


SCHEDA TECNICA:

Rosemary’s Baby
(id.) Stati Uniti 1968, colore, 137’ Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski dal romanzo di Ira Levin (New York, Dell, 1967) tr. It. Rosemary’s baby. Nastro rosso a New York, Mondadori, Milano, 1993 (Prima edizione Garzanti 1969)
Fotografia: William Fraker; Scenografia: Robert Nelson; Musica: Krzystof Komeda;
Suono: Harold Lewis; Montaggio: Sam O’stehen, Bob Wyman; Costumi: Anthea Sylbert
Trucco: Allen Snyder; Effetti speciali: Edouard Farciot
Interpreti: Mia Farrow (Rosemary Woodhouse), John Cassavetes (Guy Woodehouse),
Ruth Gordon (Minie Castevet), Sidney Blackmer (Roman Castevet), Maurice Evans (Hutch), Ralph Bellamy (Dr. Sapirstein), Angela Dorian (Terry), Charles Grodin (Dr. Hill), Patsy Kelly (Laura Louise), Wendy Wagner (Tiger).
Produzione: Paramount/William Castle Enterprises

LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI – NIGHT OF THE LIVING DEAD di George A. Romero

mercoledì 18 novembre 2009

“Ho camminato con uno zombi. Sembra una cosa strana… se me lo avessero chiesto qualche anno fa non sono affatto sicura che avrei saputo dire cosa fosse uno zombi… avrei avuto una vaga nozione, che sono esseri strani, spaventosi, forse anche un po’ buffi”. [Da I walked with a zombie (1943), regia di Jacques Tourneur]

Il mito degli zombi è tra gli ultimi miti a conquistare il cinema americano dell’orrore. Nonostante gli innumerevoli film che trattino di morti che camminano, però, nei primi anni sono altri i mostri più celebri dello schermo: Dracula, il mostro di Frankenstein, la mummia e l’uomo lupo. Il mito ha origine nei culti religiosi diffusi ad Haiti (“voodoo”, parola dialettale indicante semplicemente la divinità o l’oggetto caricato di valenze magiche) ed è una parte della stregoneria dell’isola che comprende oltre ad essi il fenomeno degli invasati. Ma una forma di vita “crepuscolare” o un vero e proprio ritorno dalla morte è elemento ricorrente sia nei miti antichi che nelle religioni principali del mondo; e non si dimentichi che la negromanzia comprende anch’essa tentativi di riportare alla vita un essere umano.
E’ chiaro che se ci si allontana dall’origine voodoo dello zombi, non sarebbe difficile riallacciarsi al mito della “creatura” di Frankenstein. Una delle principali differenze è che quest’ultimo è un vero e proprio collage di corpi umani, al contrario dello zombi, che è un corpo integro. Romero, con una scelta netta, si allontana decisamente dall’origine haitiana e così faranno la maggior parte dei registi che toccheranno l’argomento (un’eccezione notevole è Il serpente e l’arcobaleno (1988), tra le opere più riuscite di Wes Craven).Ma non è solo l’indicare nelle radiazioni emanate dall’esplosione di una sonda l’origine del fenomeno dei morti viventi a distanziare lo zombi romeriano da quello classico, (del resto quella causa sembra un’ipotesi più che una certezza). Infatti il regista americano aggiunge un elemento nuovo alla figura del morto vivente presente nei film precedenti destinato a incidere fortemente nell’immaginario del mondo cinematografico: l’antropofagia. Esso, insieme al tema del contagio, allo stato di decomposizione dei morti che camminano e all’indicazione del cervello come unico punto debole saranno gli elementi sui quali varieranno (o creeranno cloni) registi come Lucio Fulci o Dan O’Bannon.L’origine del soggetto di Night of the living dead, film d’esordio di George Andrew Romero (che si firmerà in un primo momento George A. Kramer) è riconducibile ad una precisa fonte letteraria a cui si ispira liberamente: I am a legend di Richard Matheson, romanzo pubblicato nel 1954 in america (e recentemente ristampato dall’editore Fanucci sotto il titolo di Io sono leggenda) dal quale venne tratto prima il suggestivo L’ultimo uomo sulla terra (1963) per la regia del poco conosciuto Ubaldo Ragona e in un secondo tempo 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra (1971) di Boris Segal.Il film, benchè girato in 35mm (nonostante alcune fonti indichino 16mm) è caratterizzato, per la fotografia in un violento B/n, quasi da cinéma verité, per le condizioni di realizzazione (la troupe lavorava solo nei week-end) e per il cast quasi totalmente di non-professionisti (eccetto Duane Jones e Judith O’Dea) da una produzione quasi amatoriale, alle soglie dell’underground che privilegia, con risultati sconvolgenti, l’orrore suggerito, rispetto a quello mostrato esplicitamente pur tentando talvolta alcune sortite verso la crudezza allontanandosi così dallo stile evocativo, così celebrato, di Jacques Tourneur. E, non c’è motivo di dirlo, la concentrazione di idee, la freschezza della regia, il ritmo e l’incisività dell’immagine sono già all’altezza di scrivere la storia del cinema.Dalla prima scena capiamo che il controllo del meccanismo della suspence è pienamente nelle mani del ventisettenne Romero che alterna con padronanza crescendo e diminuendo. Inoltre, come si può vedere pochi minuti dopo inizia a delinearsi anche una tecnica di ascendenze hitchcockiane, ovvero la cosiddetta “poetica degli oggetti”. Romero, infatti, seguendo Barbara che si rifugia in una casa abbandonata per scappare dal primo zombi del film (poi saranno un esercito) fissa con inquadrature sghembe alcuni oggetti che assumono valenze mostruose nonostante la loro natura non palesemente terrificante in modo da creare un’anticipazione del mostro che comparirà poco dopo. Una stanza della casa è piena di animali imbalsamati, simbolo carico di riferimenti ad un tentativo di fermare la vita perché la morte non possa arrivare (a tal proposito si pensi all’attività di Norman Bates in Psycho).Barbara si rende conto di essere isolata ma poco dopo un ragazzo di colore anch’esso sfuggito agli zombi, si unisce a lei nella lotta alla sopravvivenza. Il film mostra così un estenuante assedio alla casa da parte de morti, riprendendo quindi un topos del cinema western con un ribaltamento di genere in anticipo su ciò che John Carpenter farà nel 1976 con Assault on Precint 13th (Distretto 13 – Le brigate della morte) in riferimento diretto a Un dollaro d’onore di Howard Hawks.L’isolamento sembra essere meno drastico quando i personaggi trovano prima una radio e poi una televisione. La speranza di trovare, attraverso i mezzi di comunicazione, la salvezza o almeno informazioni utili per la sopravvivenza si rivela vana. Il ruolo dei media ed in particolare della televisione è di primaria importanza nel film e soprattutto negli altri due film che Romero girerà sugli zombi. E’ interessante infatti sottolineare come se nel primo film i media cercano delle risposte alle domande della popolazione terrorizzata che le cerca, nel secondo essi hanno perso la fiducia da parte della gente che segue le trasmissioni solo per controllare la lista dei centri d’accoglienza che viene ininterrottamente mandata in onda, nonostante molti di essi siano andati distrutti. Nel terzo episodio l’atteggiamento dei media che privilegiano notizie false a discapito di una riflessione sullo stato di emergenza della nazione ha portato alla loro morte, producendo la fine dell’informazione.In questo primo capitolo attorno alla televisione si riunisce il gruppo di superstiti ma costoro lontani dall’unirsi contro la minaccia esterna, si autodistruggono in conflitti interni regredendo allo stato di violenza. Tutto ciò in contrapposizione ai cadaveri che, pur non avendo alcuna identità razionale, grazie al loro numero, avranno la meglio.Tremenda metafora della schiacciante potenza della maggioranza, nonché sarcastica satira dell’America, delle forze dell’ordine e del destino di chi non è allineato e diverso (si veda il terribile errore della polizia nel finale) La notte dei morti viventi proietta il genere verso le sue estreme possibilità, e rappresenta un confine che apre la possibilità a registi come Carpenter, Cronenberg o il primo Craven, pur con le specificità della loro poetica, di esprimersi attraverso la forma dell’horror che grazie a Romero può essere ora strumento efficace di riflessione: sulla società, sull’dentità, sul corpo.Dieci anni dopo la notte che cambiò il cinema dell’orrore Romero gira Dawn of the dead, ovvero l’alba dei morti, presentato in Italia in una versione curata (e rimaneggiata) da Dario Argento con il titolo Zombi, spingendosi oltre i limiti di crudezza imposti dalle ristrettezze del budget del primo film, affidandosi alle sapienti mani del creatore di effetti speciali e make-up Tom Savini. Savini era stato scelto gli effetti anche del primo episodio ma fu chiamato in Vietnam. Addetto alle fotografie delle zone di guerra fu testimone di centinaia di uccisioni e mutilazioni di ogni genere. Tornato in patria tentò di reinserirsi nonostante la sua vita fosse completamente cambiata (tra le altre conseguenze il suo matrimonio finì). Tom Savini sarebbe diventato uno dei più celebri make-up artists degli anni ’70 e ’80 e autore, nel 1990, di un remake a colori, più debole dell’originale, nonostante l’amorevole e rispettosa ricostruzione di molte scene identiche all’originale, ma nondimeno privo di alcune interessanti varianti ed un feeling non certo senz’anima.Il terzo film sugli zombi risale al 1985: è il claustrofobico e tesissimo Day of the dead (Il giorno degli zombi). Un quarto film in preparazione da anni (il cui titolo, conclusivo di un cerchio, Twilight of the dead, ovvero il crepuscolo dei morti, è stato modificato in Land of the dead), è finalmente in produzione ed attualmente sono in corso le riprese. La diffcile situazione in cui si trovava Romero, diffidato dalla maggior parte delle major (ha girato un solo film dal 1992) e che ormai aveva fatto perdere ogni speranza agli appassionati, sembra essersi finalmente risolta.Stefano Rizzo

Bibliografia suggerita:
Mauro Gervasini, Morte in diretta. Il cinema di George A. Romero, Edizioni Falsopiano, 1998
Giulia D’Agnolo Vallan, George A. Romero, Torino film festival, 2001
Dario Buzzolan, George A. Romero. La notte dei morti viventi, Lindau, 1998
Lorenzo Esposito, Carpenter Romero Cronenberg. Discorso sulla cosa, Editori Riuniti, 2004
Supporti home video disponibili:
VHS: Cinevideo corporation, 2001 – Versione originale
DVD: Warner Home Video, 2003 – Versione contenente la versione originale del film in abbinamento a quella rimaneggiata da John Russo nel 1998, che lo sceneggiò insieme a Romero nel 1967. La seconda versione, a mio parere non aggiunge nulla all’originale ma al contrario rischia di appensantire l’opera con un prologo pleonastico e alcune aggiunte girate trent’anni dopo che poco si amalgamano con la pellicola classica. Contiene il trailer della versione 1998 e le schede sul regista e lo sceneggiatore.
CVC, 2000 – Versione contenente la sola pellicola del 1968, ottimamente restaurata, nonostante un piccolo sfasamento audio per quanto riguarda il doppiaggio italiano. Contiene due trailer, una galleria fotografica nonché un’approfondita scheda sul film.
Soundtrack: Non è stato possibile reperire dati sulla pubblicazione della colonna sonora originale, con tutta probabilità inedita in CD. Tuttavia la colonna sonora del remake del 1990 è una versione riregistrata e ampliata di quella originale, curata da Paul Mc Cullogh ventidue anni dopo Night of the living dead. Data la paziente opera di ricreazione delle sonorità originali, gli appassionati assicurano che la differenza rispetto all’originale è veramente minima. Eccone i dati:
Paul McCollough, Original music from the motion picture: Night of the living dead Numenorean Music – NMCD002, 2002
SCHEDA TECNICA:

La notte dei morti viventi (Night of the living dead); Stati Uniti, 1968, B/n, 96’
Regia: George A. Romero; Sceneggiatura: George A. Romero, John A. Russo;
Fotografia: George A. Romero; Scenografia: Robert Nelson; Musica originale: Karl Hardman;
Effetti sonori: Karl Hardman; Suono: Gary Streiner, Marshall Booth;
Montaggio: George A. Romero; Trucco: Hardman Associates, Inc.;
Effetti speciali: Regis Sturvinski, Tony Pantarello
Interpreti: Duane Jones (Ben), Judith O’Dea (Barbara), Karl Hardman (Cooper),
Keith Wayne
(Tom), Russel Streiner (Johnny), Judith Ridley (Judy), Kyra Schon (Karen),
Charles Craig
(giornalista televisivo), Bill Hinzman (zombi del cimitero), George Kosana (sceriffo), Frank Doak (scienziato), Bill “Chilly Billy” Cardille (reporter), George A. Romero (reporter)
Produzione: Image Ten; Produttori esecutivi: Russel Streiner e Karl Hardman;
Distribuzione: Walter Reade Organisation

Re per una notte, Martin Scorsese (1983)

Paul D. Zimmerman, critico del Neewsweek dal ’67 al ’75, fu autore di molte sceneggiature, ma di queste ne venne realizzata solamente una, quella perKing of Comedy. Concepita nel ’71 e passata prima per le mani di Cimino, che l’abbandonò dopo il leggendario tracollo di Heaven’s gate, arrivò infine in mano a Scorsese che la lesse nel 1975, dopo Alice non abita più qui, ma non la sentì nelle proprie corde. Fu solo dopo Taxi driver e Toro scatenato che si accorse di quanto il mondo di Rupert Pupkin fosse vicino a quello dei suoi film. Pupkin, solo e disperato, è una sorta di Travis Brickle che riesce a trovare un suo posto nel mondo, e non a caso De Niro decise d’interpretare quella parte fin dalla prima lettura della sceneggiatura nei primi anni ’70. Poco amato in Usa (in Inghilterra vinse invece un Bafta per la sceneggiatura), è diventato in seguito chiaro che fosse uno dei film che più limpidamente rappresentavano l’America degli anni Ottanta e l’assoluto orrore dello spettacolo che si sostituisce alla realtà. Pupkin, nella mia top 3 delle parti di Bob, non è uno psicopatico che vuole diventare comico, o solo un rivale di Jerry Langford (un gelido, insostituibile Jerry Lewis) ma è semplicemente il suo disvelamento, non più folle di tutti gli altri, non più violento. Un uomo ossessionato dallo spettacolo, come tutti noi.

ENNIO MORRICONE va sempre a letto presto…

Ennio Morricone – 100 movie hits/original versions – Super Gold Edition (GDM/Edel Italia 0168292)

Ennio Morricone – Crime and dissonance (Ipecac recordings IPC66)

John Zorn –John Zorn plays the music of Ennio Morricone (Nonesuch 7559-79139-2)

Ora che l’Oscar alla carriera è passato (1) e le lodi sperticate (anche se probabilmente non tutte competenti) di tutto il mondo mediatico nei confronti del compositore romano si sono fatte più lontane è il momento giusto (e anche un po’ elitario) per dedicarsi all’approfondimento di questa figura fondamentale della nostra musica, così straordinaria nella prolificità artistica e così comune nella condotta di vita (Morricone ha recentemente dichiarato che da sempre ha l’abitudine di andare a letto molto presto e di svegliarsi di primo mattino – un po’ come fece il Noodles vecchio interpretato da De Niro in C’era una volta in America, pellicola di cui è autore della celebre colonna sonora – e che ha un’estrema precisione e serietà per quanto riguarda la sua attività artistica, che considera in tutto e per tutto un lavoro, orari fissi compresi).

In questo periodo l’approfondimento della sua opera per il cinema risulta anche più facile dato che nei negozi di dischi (o meglio, nei megastores, nei centri commerciali, negli autogrill, nei negozi di cellulari e in quei due o tre veri e propri negozi di dischi rimasti sul suolo italico – *?=)(/&% – esclamazione volgare censurata alla Paperino seguita da momento di depressione per nostalgia estrema incurabile di un luogo che io come molti altri ho amato) è disponibile da circa un anno (ma solo da poco a prezzo speciale) un bel cofanetto dal titolo lunghissimo e pacchiano, purtroppo adatto ai luoghi in cui è principalmente venduto: 100 movie hits/original versions – Super Gold Edition (2). A dispetto del titolo, che non farebbe pensare ad un prodotto serio tanto è ridicolo, questa è, attualmente, la migliore raccolta esistente, nonché la più esauriente (non si è praticamente mai andati oltre il triplo CD, con l’eccezione del cofanetto giapponese di dieci CD The Ennio Morricone chronicles, uscito nel 2000 ma non dedicato solo alla musica per cinema ma anche ai molti lavori di orchestrazione o composizione per cantanti come Mina o Gino Paoli). Il cofanetto contiene praticamente tutti i temi più famosi di Morricone, ovvero, come dice il titolo, cento temi da colonne sonore lungo più di quarant’anni di carriera in sei CD in un cofanetto rigido verdone militare e oro dalla buona grafica esterna (quella interna è troppo povera e c’è qualche piccolo errore nelle informazioni sui brani, ma almeno sono indicati sia l’anno sia il titolo dei film da cui provengono i brani).

Il cofanetto è peraltro anche decisamente economico e in alcuni di quei tristi e rumorosi luoghi affollati da me descritti, dove capita di subire violenze uditive come due diversi dischi, entrambi bruttissimi, diffusi contemporaneamente a volume altissimo, lo si può trovare a circa 25 €.
E’ davvero la più esaustiva raccolta esistente (anche se il nostro Ennio, per chi non lo sa, ha composto circa 505 colonne sonore…ci vorrebbero 200 CD per contenerle tutte!) e raccoglie finalmente solo versioni originali (quindi nessuna riesecuzione, nessuna orchestra low budget ma le versioni dei film e dei nastri originali, traferite con un discreto lavoro di mastering). Fanno eccezione solo due o tre pezzi presenti in versione dal vivo all’Arena di Verona nel 2002 con la direzione di Morricone – c’è un bel DVD di quel concerto (3) – e una versione del 1977 di Giù la testa diversa dall’originale ma sempre curata da Morricone. A questo proposito è giusto ricordare che il lavoro di Morricone si è sempre fermato al momento compositivo e d’orchestrazione e che rarissimamente è arrivato fino all’impegno della direzione dell’orchestra in fase di registrazione (lavoro spesso affidato da Bruno Nicolai). Solo recentemente il Maestro si è impegnato nella direzione di suoi pezzi da cinema, in pochi concerti di eccezionale successo.
Nel cofanetto è racchiuso un numero talmente alto di pezzi memorabili da dubitare che sei CD possano bastare a rappresentare l’opera del compositore. Basti citare le già sperimentali soundtrack per i sei film di Sergio Leone (che sarebbe bello possedere complete, magari in un bel cofanetto, cosa che però per ora rimane un sogno, data l’inesistenza di un simile oggetto discografico) su cui non credo sia il caso di dilungarsi, le musiche per Dario Argento (per film come Quattro mosche di velluto grigioIl gatto a nove code e L’uccello dalle piume di cristallo), l’ipnotica Il clan dei siciliani, le dolci ma misteriose Metti una sera a cena o Veruschka, il tema potente ed estremamente drammatico di Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto di Elio Petri e chicche per film meno conosciuti come l’inquietante Il buio costruita su un virtuosistico tema per violino. Talvolta anche gli interpreti sono notevoli, come Edda Dell’Orso, soprano che rese celebri alcuni dei temi per Leone ma soprattutto è l’uso che Morricone fa delle voci che è originale e anomalo essendo sempre alla ricerca di qualcosa che si allontani dai canoni del canto lirico. Inoltre non si può non notare le incredibili doti del fischio di Alessandro Alessandroni, davvero uno dei virtuosi di questa arte totalmente assente dal repertorio classico.
Ho citato pochi brani ma lungo i dischi del cofanetto ognuno troverà il frammento fulminante, il tema seducente, il suono che non immaginava. Ecco, è proprio il suono che mi ha colpito maggiormente, e che credo colpirà chi si metterà ad ascoltare (magari in cuffia) i numerosissimi pezzi che testimoniano la ricerca timbrica di Morricone, davvero inesauribile, le sue mille idee d’impasti sonori, la sua capacità di fare proprie decine di stili e accenti differenti, dal pop alla Bacharach alla psichedelia, dalle musiche popolari italiane al rock, dalla contemporanea ai canoni musicali classici (da Bach al romanticismo). Davvero Morricone è uno dei grandi del novecento inteso come secolo della babele degli stili, della caleidoscopica danza delle influenze e della fine dell’uniformità dei generi, dell’apertura al popolare, alle sperimentazioni e alle riflessioni sugli stili e i generi non colti. La maggior parte delle colonne sonore risale agli anni ‘60/’70 ed è una scelta ovvia, perché è stato quello il suo periodo artisticamente più alto nonostante Morricone in quegli anni componesse anche venti colonne sonore in dodici mesi!

In questo cofanetto ci si può certamente perdere con piacere ma sarebbe sbagliato fermarsi qui, perché questa raccolta, benchè ricchissima, non tocca, se non marginalmente, un territorio che Morricone toccò più raramente, ma con risultati eccellenti e oggi ancora interessanti. Sto parlando delle musiche più tese e oscure, lontane dai temi seducenti che lo hanno reso famoso. Per alcuni film, soprattutto di genere thriller/poliziesco o horror e soprattutto negli sperimentali anni ’70, Morricone ha infatti composto brani che si lasciano andare ancor più del solito a sonorità forti, rumori, scricchiolii, fischi, sospiri, grida, chitarre distorte e percussioni ossessive. Musiche dissonanti e inquietanti ma bellissime. Un ottimo saggio di queste colonne sonore si può ritrovare ora con facilità in una favolosa raccolta uscita nel 2006 per l’etichetta Dago Red/Ipecac con il beneplacito del grande Mike Patton: Ennio Morricone – Crime and dissonance
E’ un doppio CD pieno di cose rare e poco conosciute, melodie ipnotiche e ammalianti e tanti rumori e suoni favolosi e terribili, sibili e gemiti, e permette di scoprire il lato meno rassicurante e meno conosciuto del “genio che vive come un impiegato” come lo definì Damon Albarn dei Blur. Tra gli altri ricordo brani da Un lucertola con la pelle di donna, Sesso in confessionale (che nostalgia per questi titoli oggi impossibili!), L’anticristoGiornata nera per l’Ariete ma gemma tra le gemme è certamente Un uomo da rispettare, pezzo del 1973 di quasi dodici minuti – durata con la quale il Morricone da film si è raramente misurato – in cui Morricone riesce ad operare una sintesi di tutte le sue esplorazioni sonore tra deliziosi e dolorosi archi, note di piano improvvise, trombe con echi, chitarre distorte, fiati favolosamente pieni e potenti, percussioni cupe e tribali, un basso portante e ossessivo arrivando ad anticipare numerose delle tendenze musicali degli ultimi trent’anni, dai Portishead a Bill Laswell, da John Zorn ai Tortoise.
Per concludere l’esplorazione della musica da film di Morricone (che poi, data l’enormità della sua produzione, si rivelerà un semplice primo incontro) personalmente mi sento di consigliare un omaggio che il citato John Zorn fece alla sua musica nel 1989: The big gundown – John Zorn plays the music of Ennio Morricone, CD ancora oggi facilmente reperibile nei superstiti negozi italici.
Il geniale sassofonista si rivela un ideale interprete dell’aspirazione maggiormente tesa e rumoristica del nostro compositore e ne dà versione molto personale ma assolutamente convincente proprio nell’esplicitare potenzialità talvolta solo suggerite nelle versioni originali. I temi rivisitati sono i seguenti (è utile riportare i titoli in itlaiano perché il CD li riporta nella versione inglese, spesso differente): La resa dei contiPaura sulla cittàC’era una volta in AmericaMilano odia: la polizia non può sparareGli scassinatoriLa battaglia di AlgeriGiù la testaLa classe operaia va in ParadisoC’era una volta il west. Inoltre è presente composizione originale di Zorn (Tre nel 5000).
Ennio Morricone è un compositore che ha prodotto un’enorme quantità di musica (non solo per il cinema, dato che è stato anche compositore di musica assoluta ma quest’ultima è certamente meno nota e purtroppo non facilmente reperibile, anche se meriterebbe un approfondimento) e anche solo per quest’aspetto è una figura davvero notevole per la storia della musica italiana, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta musica applicata. Ma a mio parere è proprio nell’originale e multicolore esplorazione degli stili pop attraverso e con gli strumenti della musica classica e contemporanea che Morricone delinea una personalità unica ed estremamente complessa, nonostante l’apparente semplicità ed immediatezza di molti temi e una collocazione lontana dalla musica colta come può essere la musica da film.
Maggio 2007

NOTE:
(1) Il conferimento dell’Oscar alla carriera è certamente un tributo importante anche se, come è già successo, viene consegnato ad un artista che non è stato mai (è il caso proprio di Morricone) o quasi mai premiato dall’Academy precedentemente, quasi a riparare gli “errori” delle premiazioni passate. Comunque sia i premi che il nostro compositore ha ricevuto nella sua carriera sono numerosissimi, ne ricordo solo alcuni: il Grammy Award, il Golden Globe, il tributo della SPFM (Society for Preservation of Film Music) ed il Leone d’oro, questi ultimi entrambi alla carriera, senza contare l’onorificenza diOfficier de l’Ordre des Arts ed des Lettres, conferitogli dal Ministro francese della cultura Jack Lang nel 1992 e nel 1995 l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.
(2) Il cofanetto è disponibile anche diviso in due parti (con il titolo di Gold edition I e Gold edition II, di colore argento, della stessa collana dei famigerati Platinum collection) ma comprando singolarmente i tripli si spende decisamente di più.
(3) Il DVD, dal titolo Arena concerto, diretto dal figlio Giovanni è un concerto emozionante benchè riveli l’impossibilità di trasformare la musica da film di Morricone in vera e propria musica da concerto. L’originale dell’opera morriconiana è l’opera registrata che scorre parallelamente alla pellicola, secondariamente il disco che riporta la colonna sonora (spesso con alcune variazioni di mixaggio e/o di durata dei pezzi e/o collage di frammenti). L’opera di Morricone mi sembra essere, come i grandi dischi del rock e del pop anni ’60 (Sgt. PepperPet sounds ecc.), estremamente ancorata alla sua realizzazione come produzione discografica da studio. Proprio perché Morricone smette di essere un compositore “classico” e diventa sostanzialmente un musicista che registra LP e colonne sonore e usa lo studio di registrazione come uno strumento, è nella registrazione discografica che va riconosciuto l’originale dell’opera, non nelle partiture che pur esistono a differenza di quelle dei classici opere-disco di musica leggera che citavo.

Phil Lesh, la stella oscura…

Sono proprio inaffidabile. Non pubblico da quasi due mesi! Ma come credo di gestire un blog in questo modo? Ma insomma, scrivo per Pulp, per B-Sides Magazine, per Nocturno, e poi devo leggere, ascoltare musica, guardare film. Come posso essere un critico credibile altrimenti? Va beh, basta scuse, andiamo avanti. Qui, ragazzi e ragazze, vi propongo una pagina sui Grateful Dead pubblicata originariamente addirittura su My Space!!! Ahahahahaha, My Space, capite?? Beh, i GD mi piacciono ancora e anche Phil Lesh. Viva i bassisti, colonne del mondo.

Novembre 2008

Riascoltando il favoloso cofanetto da 5 CD The Grateful Dead movie soundtrack che contiene sei ore e mezza di musica dalle serate al Winterland dal 16 al 20 ottobre 1974 (solo in parte sono comprese nel film) mi sono reso conto che: va bene, Garcia è un viaggiatore, suona con una mano pazzesca, leggerissimo, imprendibile, suono fuori di testa, l’interplay tra la band è giustamente leggendario, le jam spesso fanno quasi paura, tanto sono evocative, i pezzi stessi in molti casi sono irripetibili, le armonie vocali sono da pelle d’oca (seppur, in sede live, non proprio intonatissime), non c’è mai una tournèè uguale all’ altra ecc. ecc. Ma c’è qualcosa che veramente è gigante, indescrivibile e quasi incredibile: il basso di Phil Lesh.

Ora, smettendo di incensare inutilmente la bravura di Phil, io mi chiedo, c’è un altro bassista con le sue caratteristiche? Lesh è un bassista lontanissimo dall’essere un bassista. Suona lo strumento in una maniera che viene veramente da un altro mondo. Credo che sia importante il suo background nella musica contemporanea (quanto è stato importante lo studio con Berio al Mill’s College?) e che conti certamente lo studio del contrappunto e l’influenza del jazz…ma c’è dell’altro.
Spesso si ha l’impressione che Lesh crei le linee di basso mentre la musica prosegue; che sia anche un po’ titubante, che provi una cosa e poi un’altra, che non abbia nemmeno l’atteggiamento di uno che tutto sommato sta suonando musica, ma che stia facendo altro. Poi, spesso nei momenti più folli, nei vari “space” o jam o nell’innominabile Stella nera (in quello stesso 1974 uscì anche il Dark Star di Carpenter!), qui in una versione di 24 minuti o in The other one, una delle mie preferite, dimostra il suo ineguagliabile estro, suona con una scioltezza che raggiunge quasi l’amico Jerry, poi il climax e al culmine di esso il suo basso produce tre note, due, anche una sola e l’universo esplode come forse solo Jack Kirby incazzato nel 1970 appena fuggito dalla Marvel avrebbe potuto disegnare…

Non so, sono senza parole e mi accorgo di essere tornato alle metafore fumose che non portano molto lontano quando invece volevo capire tecnicamente perchè Phil Lesh è così incredibile.

Ma forse le metafore a qualcuno piacciono e poi se Phil Lesh non fosse il più grande enigma del rock, i Grateful Dead sarebbero così affascinanti, ancora oggi?

Stefano Rizzo

L’Horror è tornato! Intervista con Alessandro Manzetti

Vi ripropongo qui un’intervista del 2017 con Alessandro Manzetti proprietario e editor-in-chief di Independent Legions Publishing. Se vi piace l’horror la sua è la casa editrice di riferimento!
L’intervista è apparsa su B-Sides Magazine!
A cura di Stefano Rizzo

A dire il vero forse l’horror non se n’era mai andato dall’Italia ma le proposte di libri di questo genere che esulassero dal pur grande Stephen King si contavano con le dita di una mano (monca di qualche dito). I tentativi di portare questo genere in libreria non hanno avuto il successo sperato anche quando il progetto editoriale era di qualità come quello delle Edizioni XII (che hanno avuto il merito di portare in Italia Brian Keene) o di Gargoyle che dopo la scomparsa del grande Paolo de Crescenzo ha drasticamente interrotto le pubblicazioni di letteratura dell’orrore.
Dal 2016 c’è, però, una nuova realtà editoriale di grande qualità interamente dedicata all’horror a cui vanno i miei incoraggiamenti e i miei auguri di un grande futuro.
Sono molto contento di poter intervistare Alessandro Manzetti direttore e fondatore della Independent Legions Publishing e scrittore in proprio (anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) premiato a livello internazionale con il prestigioso premio Stoker Award.

B-SIDES: Amore e desiderio di leggere e di scrivere. Quando nacquero in te e come?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Sono un vecchio e smodato lettore praticamente da sempre, e non solo di narrativa horror e fantastica, tutt’altro. Restando nel genere, senza spalancare altre porte, a sedici anni scoprii Lovecraft leggendo il racconto Il Caso di Charles Dexter Ward e da allora gli affilati ganci della narrativa dark mi si sono piantati nella carne, in profondità. Ho letto tutto il possibile, sia i classici che i grandi interpreti dell’horror moderno e contemporaneo, e continuo tuttora anche se adesso rappresenta un lavoro, come editore ed editor.
Il desiderio di scrivere è nato molto più tardi, grazie a Sergio Altieri che al tempo della nostra collaborazione su alcuni progetti editoriali mi ha spinto a farmi avanti. Dopo aver letto tante magnifiche opere, dall’horror alla letteratura moderna, non pensavo ci fosse bisogno del mio modesto contributo. Invece, inaspettatamente, dopo la prima pubblicazione, ho ricevuto interessanti e inattesi riscontri che mi hanno convinto a continuare a scrivere, fino a propormi anche sul mercato internazionale, raggiungendo ottimi risultati e successi, affatto banali per un autore italiano. Aveva ragione Sergio, in fondo.
Ma nel cuore resto sempre più lettore che scrittore.

Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago
Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago

B-SIDES: La tua passione per l’horror come è nata? Hai mai riflettuto sulla necessità per molte persone di leggere (o nel tuo caso anche di scrivere) questo tipo di storie e racconti?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Come ti dicevo, la lettura di quel racconto di Lovecraft ha lasciato il segno dentro di me, una specie di ferita aperta che aveva continuamente bisogno di cure, di leggere altro insomma, come fosse una medicina.
Ero un ragazzo all’epoca, sono passati più di trent’anni (argh!) e ricordo ancora vividamente come iniziai a fare incetta di altre letture di genere, scoprendo magnifiche storie e fantastici autori. Ma come ti accennavo nella precedente risposta, è stata una corsa diabolica su più strade. L’horror e il fantastico rappresentavano solo una parte, nemmeno prevalente, del mio compulsivo peregrinare da lettore in mondi di idee e visioni sempre più complesse e affascinanti, che ti lasciavano assetato di scoprire altro, ancora.
Non è cambiato molto da allora, anche se ora dedico gran parte del mio tempo alla narrativa di genere horror per ovvie esigenze professionali, principalmente nelle vesti di editore ed editor, ma non in quelle di autore. Credo che un autore horror, come lettore, dovrebbe spaziare ben oltre il genere e formarsi grazie alla conoscenza della ricchezza e della grandezza di tantissime opere che hanno caratterizzato letteratura moderna del 900, rivelandoci autori formidabili, spesso più moderni e innovativi di molti contemporanei.
Le opere di genere dovrebbero rappresentare solo il completamento di un percorso di formazione più profondo per un autore horror, ma purtroppo ho riscontrato che troppo spesso non è così. Un vero peccato. Le persone, me compreso, sono affascinate dalla narrativa horror e fantastica perché pungola l’immaginazione dando forma allo sconosciuto, all’altro, a tutto ciò che è diverso, che nello stesso tempo ci spaventa e ci attrae magneticamente. Una forma di esorcizzazione di paure e insicurezze, della vita e della morte, entrambe terribili, una fontana di adrenalina alla quale potersi dissetare. L’horror, quando è scritto bene, sa anche farsi magnifica metafora della solitudine, delle psicosi del mondo moderno e delle tante piccole ‘apocalissi’ alle quali assistiamo fin troppo spesso.
In questi casi mi piace citare un’opera conosciuta da tutti, The Shining di Stephen King, che ha due binari di lettura, e il secondo, meno diretto, porta più lontano e offre maggiore spessore al romanzo. La storia di King è anche e soprattutto una grande metafora sull’alcolismo, e sulle sue conseguenze sulle persone e sulle famiglie, cose che accadono tutti i giorni, nella realtà.
Questo solo per fare un piccolo esempio di cosa può offrire l’horror, ben oltre il semplice intrattenimento.

B-SIDES: Quali sono state le tue letture horror formative?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Per quello che riguarda l’horror, nella mia formazione hanno lasciato i segni più profondi autori come Charlee JacobPoppy Z. BriteCaitlin KiernanJoyce Carol Oates e Brian Evenson. A livello di immaginario, quindi come contributo di tipo diverso, le varie esplorazioni di opere di Richard LaymonEdward Lee, Clive Barker, Jack Ketchum, Chuck Palahniuk (e anche autori del New Weird come Jeff Vandermeer) mi hanno aperto a interessanti visioni e concept narrativi da portarmi dietro, o meglio, dentro.
Ma la narrativa horror, in termini di formazione personale, non è dominante, almeno per me. Come dice spesso uno dei migliori autori dell’horror moderno, Jack Ketchum: “autori horror, leggete tutto ciò che non è di genere”. Un validissimo consiglio.

B-SIDES: Al di fuori dal genere quali sono gli autori e i libri che ritieni ti abbiano nutrito maggiormente? Quali sono i libri che ti hanno colpito di più tra quelli letti negli ultimi anni?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Io sono nato a pane e Beat Generation, come lettore e scrittore, sia per la prosa che per la poesia, e mi sono immerso completamente e a lungo nella letteratura americana del 900, in particolare. Ho imparato a scrivere, per quello che so fare, leggendo opere di autori, in ordine sparso, come Henry Miller, Brautigan, Nabokov, Wolfe, Hemingway, Kerouac, Borges, Fante, Beckett, Burroughs, Corso, Ginsberg, Whitman, Pasolini, James, Joyce, Faulkner, Steinbeck, Mailer, Pound, Camus. Mi fermo qui per non allungare troppo il brodo, perché dovrei e potrei citare tanti altri autori che insieme a questi rappresentano i tanti, minuscoli mattoni di tutto ciò che sono oggi, e non solo come scrittore. Devo tantissimo a tutti loro, mi sento in debito.
Tra i libri letti recentemente, sopravvissuti alla mole di letture horror che fanno parte del mio lavoro, che ormai stritolano il tempo per altri generi, voglio citare The Man with the Golden Arm di Nelson Agren (tradotto anche in italiano, L’uomo dal braccio d’oro), un romanzo del 1949 che mi ero perso, come tantissime altre cose. Uno dei romanzi al quale sono più legato, da sempre, è Black Spring(Primavera Nera) di Henry Miller, della quale ho una preziosa prima edizione.

B-SIDES: Alessandro Manzetti scrittore: quali sono a tuo parere i tuoi libri cardine, quelli di cui sei più soddisfatto?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Mi è molto difficile considerarmi soddisfatto dei miei lavori, mi sembrano tutti subito superati già al momento della pubblicazione, ma parlando di narrativa sicuramente le opere più significative, che hanno dato vita al mondo distopico di Naraka, dal quale si diramano molte delle mie opere, sono i romanzi Naraka – L’apocalisse della Carne e Shanti – La Città Santa. 
Ma il lavoro che ritengo più interessante e riuscito è una novella, Midnight Baby – Horror Lolita, anche se non è sicuramente tra le mie opere più conosciute e apprezzate, e lo comprendo, visto che è caratterizzata da una scrittura fortemente surrealista ed è un pezzo sperimentale e molto ambizioso, almeno per il genere.
Per la poesia, credo che l’ultima raccolta, Sacrificial Nights, anche se scritta a quattro mani con Bruce Boston, uno dei più grandi poeti dark contemporanei, sia arrivata vicino a quello che vorrei fare. Ma il meglio, sia in narrativa che poesia, devo ancora riuscire a tirarlo fuori, intatto così come nasce. Non è cosa facile, specie per chi come me dedica gran parte del tempo a opere di altri, come editore ed editor, piuttosto che all’attività autoriale che è quasi un lusso ormai.

B-SIDES: Come autore scrivi e pubblichi sia in italiano che in inglese. Quali sono i motivi di questa doppia lingua?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Il motivo è semplice, se vuoi farti conoscere sul mercato internazionale, quello che conta per il genere horror, devi necessariamente tradurre le tue opere in inglese. Per la narrativa scelgo di tradurre ciò che è più adatto al gusto del mercato di alcuni paesi dove sono abbastanza presente come autore, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Per la poesia invece, che da noi non è considerata, a differenza dell’estero di cui gode di grande prestigio, scrivo direttamente in inglese, sia per ragioni tecniche (tradurre poesia significa stravolgerla) sia perché le pubblicazioni in italiano non sono certo una priorità, vista la poca richiesta qui da noi, fatte le dovute eccezioni. Pubblicare in inglese, la lingua internazionale per eccellenza, ti consente di farti conoscere su un mercato molto più grande, e anche e soprattutto di confrontarti con tutti i grandi autori, un fattore di stimolo e di crescita di cui un autore non dovrebbe fare a meno.

Alessandro Manzetti - Independent Legions Publishing
Alessandro Manzetti – Independent Legions Publishing

B-SIDES: Come per la fantascienza e il fantastico, la questione sull’horror italiano impegna da anni gli appassionati. Quando nasce(rà) un horror italiano? Siamo stati o saremo in grado di scrivere racconti e romanzi al livello degli anglosassoni? E oggi quali sono le firme italiane che ritieni più interessanti?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Peferisco passare su questa domanda, essendo a capo del gruppo di autori Italiani della HWA e non fare nomi. In generale, come si evince dalle mie risposte, l’horror Italiano ha potenzialità, ma gli autori non avendo mai vissuto un mercato competitivo. Per ambire a farsi spazio sul mercato internazionale, quello che conta per l’horror (vedi USA e Inghilterra) devono mettere il naso fuori dal nostro piccolo mercato di genere, abbastanza pigro, e misurarsi con le migliori firme (anche scambiando idee con autori stranieri e leggere tanto, non solo il pochissimo tradotto in Italiano) per poter crescere e dare uno spessore internazionale alla propria produzione. In Italia è troppo facile mettersi in luce, la competizione è quasi inesistente e gli autori rischiano di non avere un riscontro effettivo delle proprie potenzialità e sul proprio reale talento.

B-SIDES: Sei un grande appassionato di musica e di metal (come macro-genere comprendente numerosi stili e declinazioni) in particolare. Vorrei che mi parlassi del rapporto trovi tra la musica e la letteratura anche alla luce del tuo bellissimo racconto Midnight Baby – Horror lolita presente nel volume Mar Dulce: Acqua. Amore. Morte (Cut-up Publishing, 2016).

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Ho citato Midnight Baby – Horror Lolita prima di leggere questa domanda, mi fa piacere il tuo riscontro su un’opera davvero particolare, che poi è stata pubblicata anche in inglese. La musica rappresenta un elemento essenziale del mio processo di scrittura, ne fa parte integralmente, sia nell’ispirazione che nei contenuti. L’ultima mia novella pubblicata, Area 52, è dedicata a Janis Joplin, tanto per capirci; c’è molto di lei dentro, anima e canzoni. In Midnight Baby avrai visto come tra i protagonisti, visibili o invisibili, ci sia anche un certo Johnny Cash.
Il metal è un genere che amo da sempre, come il blues, e puoi trovarlo protagonista in alcuni pezzi, come By the Sea (uno dei miei racconti preferiti), dove ho arditamente assemblato alcune canzoni del Black Album dei Metallica con una scrittura marcatamente surrealista.
Lou Reed, Bruce Springsteen, Cat Stevens, i Black Sabbath e molti altri hanno fatto da protagonisti ‘invisibili’ di alcune delle mie storie, sia in narrativa che poesia. Quando scrivo ascolto continuamente musica in cuffia, di vari generi, dal Metal all’Opera. Proprio ieri, mentre scrivevo un breve racconto di fantascienza per una rivista, per tutto il tempo mi sono martellato alternando cose molto diverse come I See a Darkness di CashEmpire of the Clouds degli Iron MaidenKilling the Name dei Rage Against Machine e Kozmic Blues della Joplin.
Lei, Pearl, c’è sempre quando scrivo. In questo periodo sto scrivendo un nuovo romanzo breve, dal titolo Kiki the Beginning, e tra i personaggi-fantasmi che fanno piccole incursioni tra le pagine c’è proprio la Joplin, insieme a Giovanna d’Arco e altre fantastiche donne.
La musica per me è un compagno e alleato, fondamentale.

Skipp & Spector
Skipp & Spector

B-SIDES: Idoppio oltre che nella tua scrittura bilingue e nel binomio lettore/scrittore torna anche e soprattutto nel tuo essere editore/scrittore. Quando e come nasce il desiderio e la decisione di fondare Independent Legions Publishing?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Visto che dopo i fasti di Gargoyle Books, oggi tutt’altra cosa purtroppo, nessuno poteva o voleva riportare in Italia i grandi maestri dell’horror internazionale, insieme alle nuove voci contemporanee. Così ho pensato di farlo io, contando su relazioni dirette su mercati esteri (molto spesso anche con gli autori ed editor), investendo molto sull’horror e sugli appassionati a secco da troppo tempo di letture di livello, proprio nel momento in cui nessun’altra casa editrice puntava più solo su questo genere. Il progetto si è ampliato fin dall’inizio aprendosi anche al mercato internazionale con una linea di pubblicazioni in lingua inglese, che rappresenta metà della produzione della mia casa editrice, differenziandola ulteriormente dalle altre realtà editoriali italiane.

Oggi, dopo poco più di un anno di lavoro, Independent Legions sul mercato internazionale è già considerata una delle case editrici horror più importanti e degne di attenzione, eppure è una realtà italiana, non inglese o americana.
Come dicevo prima per l’attività autoriale, anche come editore è troppo limitativo pensare solo al proprio mercato, che nel nostro caso è davvero molto piccolo e assai poco competitivo.

B-SIDES: Independent Legions Publishing è, benchè giovane, già ricca di titoli e proposte. Non posso non citare i grandi autori già conosciuti ed amati in Italia di cui state pubblicando libri mai tradotti in Italia: Ramsey Campbell, Richard Laymon, Robert McCammon, Jack Ketchum e Poppy Z. Brite.

David J Schow
David J Schow
Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Finora abbiamo pubblicato, in italiano, opere di grandi autori già conosciuti da noi, come Richard Laymon, Ramsey Campbell, Robert McCammon, Poppy Z. Brite, Jack Ketchum e altri, ma anche grandi maestri mai pubblicati da noi, come Charlee JacobEdward Lee e Gary Braunbeck, e alcune delle voci più importanti dell’horror contemporaneo, come Shane McKenzie,Alyssa WongUsman Malik, Lucy Snyder e tanti altri.
Ma l’avventura Independent Legions è appena all’inizio, abbiamo già acquisito, oltre quello che è stato finora pubblicato, una quindicina di romanzi di grandi autori (e continuiamo a fare scouting), tra i quali spiccano due romanzi inediti di Clive Barker (le edizioni italiane di The Scarlet Gospels e Mister B. Gone), dimenticati dall’editoria italica, in uscita questa estate, altri quattro romanzi inediti in italiano di Richard Laymon, tre di Poppy Z. Brite (il primo Disegni di Sangue uscirà ad Aprile), due romanzi inediti di Skipp & Spector, romanzi di maestri assoluti come David J SchowEdward Lee che non hanno mai visto la luce in Italia, e anche grandi firme dell’horror contemporaneo come Nicole Cushing(Mr. Suicide, romanzo vincitore dell’ultima edizione del Bram Stoker Award nella categoria First Novel).

LindaAddison
Linda Addison

Ma a tutti questi titoli in italiano si aggiungono moltissime pubblicazioni in lingua inglese, di grandi autori e delle migliori firme contemporanee.
Già oggi abbiamo in uscita molti di libri in inglese, in formato cartaceo, nel 2017, tra i quali anche il secondo volume dell’antologia da me curata The Beauty of Death, che ha ricevuto la nomination all’edizione in corso Bram Stoker Awards, come migliore antologia, e che contiene opere, in inglese, di autori come Ramsey CampbellPeter StraubPoppy Z. Brite, John Skipp, Edward Lee, Nick Mamatas, Tim Waggoner, Lisa Morton, Linda Addison, Monica O’Rourke e tantissime altre firme internazionali di prestigio (anche alcuni autori italiani). Naturalmente, come puoi immaginare, è molto più difficile pubblicare questi autori nella loro lingua madre, in inglese, piuttosto che in Italiano, e non credo che altre case editrici italiane abbiano mai tentato di farlo.

B-SIDES: A breve pubblicherete due inediti di uno dei più grandi nomi dell’horror internazionale: Clive Barker.

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Anche stavolta ti ho anticipato accennando prima qualcosa; tutto vero, a giugno 2017 uscirà la prima edizione italiana di The Scarlet Gospels (Vangeli di Sangue), mentre a luglio 2017 leggerete la prima edizione italiana di Mister B. Gone (il titolo sarà lo stesso anche in Italiano), mentre più avanti saranno disponibili anche edizioni speciali e numerate di questi due romanzi, come ci hanno chiesto molti appassionati e collezionisti. Siamo ovviamente onorati che Clive Barker ci abbia scelto come editore in lingua italiana delle sue ultime opere.

Poppy Z. Brite
Poppy Z. Brite

B-SIDES: Oltre ad edizioni in doppio formato cartaceo e digitale avete pubblicato edizioni esclusivamente in e-book. Qual è il motivo di questa scelta?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: La linea attuale è di pubblicare in doppio formato, visto che tutti i titoli dei quali abbiamo già acquisito i diritti (sempre in esclusiva), ancora non pubblicati, sono romanzi che dunque meritano una pubblicazione su carta.
Ma per presentare nuovi autori, tramite antologie con vari racconti e novelette, specie all’inizio del nostro percorso editoriale, abbiamo usato la formula dell’eBook che è congeniale per questo tipo di esigenze e progetti.
Il cartaceo richiede una certa lunghezza delle opere, alcune pubblicazioni eBook non era possibile portarle in cartaceo per questo motivo.
Per le pubblicazioni in inglese vale la stessa logica, quando possibile: doppio formato, fatta eccezione per la riproposta in digitale di opere di grandi maestri pubblicate solo in cartaceo, come Edward Lee e Poppy Z. Brite, della quale abbiamo riproposto in forma digitale tutti i racconti in cinque o sei eBook diversi. Bisogna anche sempre tener conto che la disponibilità dei diritti, per queste opere considerate dei classici, hanno diverse logiche per pubblicazioni digitali o cartacee.

B-SIDES: I vostri libri sono acquistabili su Amazon, sullo store del vostro sito e presso alcune librerie specializzate (ad esempio Profondo Rosso di Luigi Cozzi a Roma o Altri Mondi a Torino). Questa è una scelta dettata dalle difficoltà del mercato? Che situazione c’è in Italia per quanto riguarda le librerie di varia?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Io credo che l’horror qui in Italia non sia un genere da grande distribuzione, da punti vendita sul territorio, in quanto tale distribuzione, con costi e logiche connesse, non si sposa bene col limitato numero di appassionati di genere.
La distribuzione è valida per altri generi, più commerciali.
Nelle librerie italiane i pochissimi libri di genere horror in vendita sono nascosti, spesso lasciati in magazzino, e le rese sono spropositate.
È davvero rarissimo, per chi frequenta le nostre librerie, dominate, come esposizione e marketing, dalle pubblicazioni da supermercato degli editori mass market, trovare un piccolo scaffale dedicato alla narrativa horror, spesso i titoli disponibili ed esposti si contano sulle dita di una mano, mischiati a titoli fantasy e thriller. Eccetto le opere di King, che non è considerabile come un autore only-horror, non ha senso distribuire in maniera capillare delle pubblicazioni horror, l’unico risultato è lasciare il 70% dei guadagni a un distributore che non fa nulla per supportare il tuo lavoro da editore, sia come mentalità che, soprattutto, a causa dell’avversione dei librai per un genere che non vende e che non è richiesto abbastanza. Perfino un autore come Barker non ha funzionato in distribuzione, e si sono visti i risultati: sono dieci anni che non viene più pubblicato, qui in Italia.

Edward Lee
Edward Lee

Vista questa situazione, e il fatto che Independent Legions pubblica solo narrativa horror (a differenza di tutti gli altri editori italiani) abbiamo pensato di rendere disponibili le nostre pubblicazioni in formato cartaceo attraverso Amazon, che credo offra visibilità, facilità e comodità di acquisto per tutti, e servizi a valore aggiunto (vedi pacchi regalo, usato, ecc). Si tratta dello store più importante in assoluto al mondo, lavorare con Amazon significa che tutti i tuoi prodotti possono essere acquistati ovunque con un semplice click. E considera che noi, vendendo pubblicazioni anche in inglese, dobbiamo spedire in tutto il mondo, cosa impossibile con una logistica e distribuzione di tipo tradizionale.
Oltre Amazon, e al nostro store diretto (dove sono disponibili anche offerte speciali e pacchetti, e prenotazioni), i nostri libri sono presenti in alcune librerie specializzate nel genere, due le hai citate. Con questi librai lavoriamo volentieri, e direttamente, visto che sono in grado di proporre opere di genere, essendo specializzati in questo. Il problema è che di librerie specializzate nella narrativa di genere, anche nell’accezione più ampia di ‘fantastico’, in Italia se ne contano una decina. Non è una reale distribuzione, ma a noi fa piacere essere in alcune vetrine ‘fisiche’, per dare un punto di riferimento ai lettori, nelle città dove troviamo partner affidabili, in tutti i sensi, che possono condividere le nostre regole.

Richard Laymon

Per capirci, noi su ogni libro investiamo molto, in anticipi per acquisizioni di diritti e traduzioni, perciò non siamo disponibili a mettere in conto vendita le nostre pubblicazioni, come se fossero opere a costo zero o quasi (penso a libri di autori italiani di genere che non prendono anticipi, se non raramente, e che non necessitano di attività onerose come quelle di traduzione) e aspettare diversi mesi per essere pagati. Molti altri editori si rendono disponibili a questo, pur di cercare di vendere, ma hanno meno rischi d’impresa e costi di progetto che rappresentano il 10% dei nostri, oltre a non pubblicare solo horror, ma farcendo la propria offerta con altri generi e collane.
Independent Legions non può e non vuole lavorare in questo modo, richiede alle librerie partner degli standard precisi. Alcuni li hanno accettati, e questi oggi rappresentano i pochi presidi fisici sul territorio dove poter trovare i nostri libri.
Ma ripeto, credo che acquistare online su Amazon, cosa di una semplicità disarmante per chiunque, oppure sul nostro store, dove spediamo ovunque tramite corriere in meno di 7 giorni (niente piego di libri con attese di oltre un mese per il lettore) renda al cliente un servizio migliore, accessibile e più economico. Andare in libreria, e dunque spendere soldi e tempo, per non trovare un minimo di scelta di titoli horror, è masochismo, credo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni digitali, oltre che su Amazon sono disponibili in tutti i più importanti store online, tramite una distribuzione digitale che copre circa 30 negozi virtuali.
Siamo certi che per il genere horror questa sia una logica più adatta alla realtà, che non fa fallire le case editrici e che consente ai lettori di acquistare facilmente tutte le pubblicazioni, con un click.

Ti ringrazio per lo spazio che ci hai concesso, buon horror a tutti!

Ringraziando a mia volta Alessandro Manzetti vi consiglio di seguire le pubblicazioni di Independent Legions non solo per la loro qualità letteraria ma anche per le pregevoli traduzioni e la cura editoriale in generale. E poi insomma, per me è sempre il momento per un bell’horror!

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

Rickie Lee Jones e la vena d’oro che sto cercando…

Un articolo di 14 anni fa? Eh, sì, questa volta ho davvero scavato nel passato. Questo fu uno dei primi miei articoli decenti pubblicati online, sul bellissimo blog Fumetti di carta gestito da Orlando Furioso. E’ stato uno dei migliori blog di fumetti italiano, con un’interessante parte dedicata ad altro: Cinema, musica, libri ecc…
Che donna, Rickie, è che donne le altre…
17 aprile 2019

(sempre che abbiate staccato gli occhi dall’immagine che sta qui sopra sperando che la ragazza vi guardi, si può cominciare)

Voglio confidarvi un segreto: io conosco una vena d’oro e so anche dove si trova. Non sono l’unico, certo. Ma molti conoscono solo una parte della vena, forse Alessandro Filippini [1] ne sa qualcosa. Io ne conosco una parte che mi sembra grande. Ma forse non la conosco tutta intera neanche io.
Sto ancora cercando la vena d’oro e divento vecchio. Questa vena d’oro comincia da Joni Mitchell ed è lì che io e Alessandro ci siamo spesso incontrati, pur non conoscendoci.

Il suo modo di cantare sottile, suadente e vagamente infantile, i suoi pezzi sognanti e sfumati sono il punto dove la terra della musica femminile americana diventa chiaramente oro, quell’oro che voglio descrivere in queste righe. È un’oro riconoscibile, non è l’unico che si trovi in America e che coinvolga la voce femminile ma ho sempre sentito che quella di Joni e di molte altre è una sola vena, nonostante le apparenze e nonostante tenga insieme i gioielli di donne e artiste distanti anche trenta o quarant’anni.

La ragazza che vedete nella foto è Rickie Lee Jones. Lascia la casa dei genitori e va a vivere da sola a diciotto anni, nel 1973. Nel 1978 incontra Lowell George (suona con Zappa e poi con i Little Feat) e questo grande uomo le produce il primo singolo. Quando Rickie Lee esordisce, a ventiquattro anni, la vena di Joni scorre già da quasi quindici anni. Rickie è una che frequenta Tom Waits (lo incontra nel 1977) e potrei finire qui, è già una donna da amare, ma non è il caso di esagerare con le mitizzazioni. Tanto vi basterà ascoltare il suo primo album, omonimo, uscito per la Warner nel 1979 e prodotto dai professionisti Lenny Waronker e Russ Titelman (già produttori di Randy Newman, ad esempio nel capolavoro Sail away del 1972). È il disco in cui Rickie cerca di comunicare il suo mondo, fatto di brutti locali, vite solitarie, vestiti vecchi, macchine rotte e amori come sogni nascosti sotto una vecchia veranda. E di costruirlo su un jazz sporcato che si fonde al rock, alla canzone folk, alle tonalità meno convenzionali della canzone popolare. C’è Chuck E.’s in love, dedicata a Chuck E. Weiss amico di Waits, cantante, dalla vita molto waitsiana. C’è Easy money, The last chance Texaco, After hours. Ci sono undici canzoni scritte da Rickie quando un suo pezzo pesava più di mesi di vita, più di un sentimento, più di un ricordo.
Poi si va a comprare Pirates (1981) prodotto ancora da Lenny Waronker e Russ Titelman con almeno due capolavori assoluti: We belong together e Living it up. Disco più sperimentale del primo, con pezzi molto lunghi e narrazioni fiume, sapientemente diretti dalla capacità affabulatoria di Rickie, da molti definita cinematografica, aggettivo a me antipatico, perché equivoco e non chiaro. Ma è del resto molto difficile descrivere la grande dote lirica di Rickie che possiede una capacità iconica e di resa della situazione raramente riscontrabile nella canzone americana femminile, a mio parere non inferiore rispetto a quella di Joni. A me la sua musica fa pensare a vecchie foto, più che al cinema, e soprattutto a come una fotografia non sia mai distinta dal ricordo che se ne ha e dal ricordo dell’attimo che vorrebbe preservare. Ma la memoria è cosa mutevole, nonostante non lo si pensi, ed è questo il “movimento” della scrittura di Rickie che fa pensare al cinema, il movimento incessante della memoria.
Proseguendo nel cammino, se siete fortunati, potreste incontrare un gioiello del 1983 che si chiama Girl at her volcano, EP pubblicato in 10 pollici, quasi interamente di canzoni altrui (uno è un dono di Waits e non sarà pubblicato in nessuno dei suoi album). In CD è molto diffcicile trovarlo ma qualche pezzo è presente nel recentissimo triplo CD antologico Duchess of Coolsville, un’antologia perfetta, non fosse altro che necessariamente fa perdere la possibilità di giudicare correttamente e completamente la sua opera, album per album.
Su Girl at her volcano (e su Duchess of Coolsville) potrete ascoltare come interpreta My funny valentine (classico assoluto di Rodgers & Hart, per chi non lo sapesse) e potrete capire come alcune di quelle caratteristiche del cantato di Joni si siano magicamente diffuse, variate, in questa eterna bambina che canta come non si può cantare, almeno nel triste mondo che viviamo e che percepiamo quando, passeggiando per le nostre città, non sentiamo che rumori, fischi, stridii e voci rauche e voci senza voce, delle persone che incontriamo e forse anche di noi stessi.

Qui, nel modo in cui Rickie Lee ha immaginato di cantare My funny valentine, c’è l’oro. Poi The magazine (1984) ci fa scoprire che forse in questa direzione la vena non è più pura. Qualche pezzo è tra le sue gemme (It must be love) e certamente Rickie mette in pratica una concezione assolutamente originale sia della canzone stessa (Rorchachs) sia di album e di sequenza dei pezzi che pochi cantautori hanno dimostrato, ma c’è una lieve sensazione di appannamento data forse dal progetto concept molto ambizioso e dagli arrangiamenti non più così efficaci. Ma Flying cowboys (1989) ci riporta verso l’oro anche se semplicemente ce lo fa intravedere (The horses) forse reso opaco dai suoni un po’ troppo leccati di Walter Becker (ma è il chitarrista degli Steely dan, del resto, no?). Pop pop pop (1991) ci dà la possibilità di ascoltare Rickie Lee alle prese con pezzi non suoi, forse per sviluppare il discorso di Girl at her volcano. Ma qui è l’eleganza e la perfezione degli arrangiamenti e dei musicisti (ci sono Joe Henderson, Charlie Haden e Robben Ford, per dirne tre) che danno il tono al disco, comunque bellissimo, piuttosto che l’irresistibile spontaneità della nostra ragazzina di quarant’anni.
Ancora un passo, dorato, con Traffic from Paradise (1993) prodotto dalla nostra in solitaria, e Altar boy, Pink flamingos e una grande e trattenuta versione di Rebel rebel di Bowie per arrivare al punto dove l’oro si mostra con l’ultimo, emozionante lampo di lucentezza: Naked songs – Live and acoustic (1995). Dovete ascoltare quest’incredibile disco, in Altar boy (qui nella versione migliore) e in ogni pezzo, troverete una malinconia e una dolcezza, una forza e una sensazione di “vita vissuta” che non potrete dimenticare. Quasi tutti i pezzi sono, o almeno sembrano, ancora più veri, più vibranti di quelli delle versioni in studio. La parola acoustic non vi inganni. Non c’è elettrificazione ma non pensate nemmeno per un attimo a certe sonorità laccate e timbriche squillanti e arrangiamenti edulcorati di alcuni dischi “acoustic” dei primi anni novanta. Qui c’è dolore, sofferenza, gioia e speranza e i suoni che queste cose, rare in questa forma così pura, si meritano.
Questo viaggio (e il mio segreto) è, per ora, concluso, ma da qui potreste scorgere con me o da soli i mille rivoli della vena d’oro che vi ho fatto ammirare. La vena passa, infatti, da Edie a Suzanne a Sheryl a Tori (ma si potrebbe vedere, forse, anche Laura e chissà quante altre – ad esempio come negare che Alanis è una ramificazione, magari meno preziosa, di questa stessa vena? – ). [Devo dirvi i cognomi di queste ragazze stupende?]

Per ora imparate a godere della ragazzina col cappello rosso che si accende una sigaretta e non vi guarda, del suo mondo, delle sue canzoniche valgono una vita e della sua voce, gioiello prezioso e impalpabile.

Stefano Rizzo novembre 2005.
Nota:
[1] Alessandro Filippini è un recente collaboratore del settore Musica di fumettidicarta e autore, tra gli altri, anche dell’articolo su Joni Mitchell pubblicato nell’aggiornamento dell’8 ottobre 2005.