Phil Lesh, la stella oscura…

Sono proprio inaffidabile. Non pubblico da quasi due mesi! Ma come credo di gestire un blog in questo modo? Ma insomma, scrivo per Pulp, per B-Sides Magazine, per Nocturno, e poi devo leggere, ascoltare musica, guardare film. Come posso essere un critico credibile altrimenti? Va beh, basta scuse, andiamo avanti. Qui, ragazzi e ragazze, vi propongo una pagina sui Grateful Dead pubblicata originariamente addirittura su My Space!!! Ahahahahaha, My Space, capite?? Beh, i GD mi piacciono ancora e anche Phil Lesh. Viva i bassisti, colonne del mondo.

Novembre 2008

Riascoltando il favoloso cofanetto da 5 CD The Grateful Dead movie soundtrack che contiene sei ore e mezza di musica dalle serate al Winterland dal 16 al 20 ottobre 1974 (solo in parte sono comprese nel film) mi sono reso conto che: va bene, Garcia è un viaggiatore, suona con una mano pazzesca, leggerissimo, imprendibile, suono fuori di testa, l’interplay tra la band è giustamente leggendario, le jam spesso fanno quasi paura, tanto sono evocative, i pezzi stessi in molti casi sono irripetibili, le armonie vocali sono da pelle d’oca (seppur, in sede live, non proprio intonatissime), non c’è mai una tournèè uguale all’ altra ecc. ecc. Ma c’è qualcosa che veramente è gigante, indescrivibile e quasi incredibile: il basso di Phil Lesh.

Ora, smettendo di incensare inutilmente la bravura di Phil, io mi chiedo, c’è un altro bassista con le sue caratteristiche? Lesh è un bassista lontanissimo dall’essere un bassista. Suona lo strumento in una maniera che viene veramente da un altro mondo. Credo che sia importante il suo background nella musica contemporanea (quanto è stato importante lo studio con Berio al Mill’s College?) e che conti certamente lo studio del contrappunto e l’influenza del jazz…ma c’è dell’altro.
Spesso si ha l’impressione che Lesh crei le linee di basso mentre la musica prosegue; che sia anche un po’ titubante, che provi una cosa e poi un’altra, che non abbia nemmeno l’atteggiamento di uno che tutto sommato sta suonando musica, ma che stia facendo altro. Poi, spesso nei momenti più folli, nei vari “space” o jam o nell’innominabile Stella nera (in quello stesso 1974 uscì anche il Dark Star di Carpenter!), qui in una versione di 24 minuti o in The other one, una delle mie preferite, dimostra il suo ineguagliabile estro, suona con una scioltezza che raggiunge quasi l’amico Jerry, poi il climax e al culmine di esso il suo basso produce tre note, due, anche una sola e l’universo esplode come forse solo Jack Kirby incazzato nel 1970 appena fuggito dalla Marvel avrebbe potuto disegnare…

Non so, sono senza parole e mi accorgo di essere tornato alle metafore fumose che non portano molto lontano quando invece volevo capire tecnicamente perchè Phil Lesh è così incredibile.

Ma forse le metafore a qualcuno piacciono e poi se Phil Lesh non fosse il più grande enigma del rock, i Grateful Dead sarebbero così affascinanti, ancora oggi?

Stefano Rizzo

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L’Horror è tornato! Intervista con Alessandro Manzetti

Vi ripropongo qui un’intervista del 2017 con Alessandro Manzetti proprietario e editor-in-chief di Independent Legions Publishing. Se vi piace l’horror la sua è la casa editrice di riferimento!
L’intervista è apparsa su B-Sides Magazine!
A cura di Stefano Rizzo

A dire il vero forse l’horror non se n’era mai andato dall’Italia ma le proposte di libri di questo genere che esulassero dal pur grande Stephen King si contavano con le dita di una mano (monca di qualche dito). I tentativi di portare questo genere in libreria non hanno avuto il successo sperato anche quando il progetto editoriale era di qualità come quello delle Edizioni XII (che hanno avuto il merito di portare in Italia Brian Keene) o di Gargoyle che dopo la scomparsa del grande Paolo de Crescenzo ha drasticamente interrotto le pubblicazioni di letteratura dell’orrore.
Dal 2016 c’è, però, una nuova realtà editoriale di grande qualità interamente dedicata all’horror a cui vanno i miei incoraggiamenti e i miei auguri di un grande futuro.
Sono molto contento di poter intervistare Alessandro Manzetti direttore e fondatore della Independent Legions Publishing e scrittore in proprio (anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) premiato a livello internazionale con il prestigioso premio Stoker Award.

B-SIDES: Amore e desiderio di leggere e di scrivere. Quando nacquero in te e come?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Sono un vecchio e smodato lettore praticamente da sempre, e non solo di narrativa horror e fantastica, tutt’altro. Restando nel genere, senza spalancare altre porte, a sedici anni scoprii Lovecraft leggendo il racconto Il Caso di Charles Dexter Ward e da allora gli affilati ganci della narrativa dark mi si sono piantati nella carne, in profondità. Ho letto tutto il possibile, sia i classici che i grandi interpreti dell’horror moderno e contemporaneo, e continuo tuttora anche se adesso rappresenta un lavoro, come editore ed editor.
Il desiderio di scrivere è nato molto più tardi, grazie a Sergio Altieri che al tempo della nostra collaborazione su alcuni progetti editoriali mi ha spinto a farmi avanti. Dopo aver letto tante magnifiche opere, dall’horror alla letteratura moderna, non pensavo ci fosse bisogno del mio modesto contributo. Invece, inaspettatamente, dopo la prima pubblicazione, ho ricevuto interessanti e inattesi riscontri che mi hanno convinto a continuare a scrivere, fino a propormi anche sul mercato internazionale, raggiungendo ottimi risultati e successi, affatto banali per un autore italiano. Aveva ragione Sergio, in fondo.
Ma nel cuore resto sempre più lettore che scrittore.

Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago
Alessandro Manzetti alias Caleb Battiago

B-SIDES: La tua passione per l’horror come è nata? Hai mai riflettuto sulla necessità per molte persone di leggere (o nel tuo caso anche di scrivere) questo tipo di storie e racconti?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Come ti dicevo, la lettura di quel racconto di Lovecraft ha lasciato il segno dentro di me, una specie di ferita aperta che aveva continuamente bisogno di cure, di leggere altro insomma, come fosse una medicina.
Ero un ragazzo all’epoca, sono passati più di trent’anni (argh!) e ricordo ancora vividamente come iniziai a fare incetta di altre letture di genere, scoprendo magnifiche storie e fantastici autori. Ma come ti accennavo nella precedente risposta, è stata una corsa diabolica su più strade. L’horror e il fantastico rappresentavano solo una parte, nemmeno prevalente, del mio compulsivo peregrinare da lettore in mondi di idee e visioni sempre più complesse e affascinanti, che ti lasciavano assetato di scoprire altro, ancora.
Non è cambiato molto da allora, anche se ora dedico gran parte del mio tempo alla narrativa di genere horror per ovvie esigenze professionali, principalmente nelle vesti di editore ed editor, ma non in quelle di autore. Credo che un autore horror, come lettore, dovrebbe spaziare ben oltre il genere e formarsi grazie alla conoscenza della ricchezza e della grandezza di tantissime opere che hanno caratterizzato letteratura moderna del 900, rivelandoci autori formidabili, spesso più moderni e innovativi di molti contemporanei.
Le opere di genere dovrebbero rappresentare solo il completamento di un percorso di formazione più profondo per un autore horror, ma purtroppo ho riscontrato che troppo spesso non è così. Un vero peccato. Le persone, me compreso, sono affascinate dalla narrativa horror e fantastica perché pungola l’immaginazione dando forma allo sconosciuto, all’altro, a tutto ciò che è diverso, che nello stesso tempo ci spaventa e ci attrae magneticamente. Una forma di esorcizzazione di paure e insicurezze, della vita e della morte, entrambe terribili, una fontana di adrenalina alla quale potersi dissetare. L’horror, quando è scritto bene, sa anche farsi magnifica metafora della solitudine, delle psicosi del mondo moderno e delle tante piccole ‘apocalissi’ alle quali assistiamo fin troppo spesso.
In questi casi mi piace citare un’opera conosciuta da tutti, The Shining di Stephen King, che ha due binari di lettura, e il secondo, meno diretto, porta più lontano e offre maggiore spessore al romanzo. La storia di King è anche e soprattutto una grande metafora sull’alcolismo, e sulle sue conseguenze sulle persone e sulle famiglie, cose che accadono tutti i giorni, nella realtà.
Questo solo per fare un piccolo esempio di cosa può offrire l’horror, ben oltre il semplice intrattenimento.

B-SIDES: Quali sono state le tue letture horror formative?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Per quello che riguarda l’horror, nella mia formazione hanno lasciato i segni più profondi autori come Charlee JacobPoppy Z. BriteCaitlin KiernanJoyce Carol Oates e Brian Evenson. A livello di immaginario, quindi come contributo di tipo diverso, le varie esplorazioni di opere di Richard LaymonEdward Lee, Clive Barker, Jack Ketchum, Chuck Palahniuk (e anche autori del New Weird come Jeff Vandermeer) mi hanno aperto a interessanti visioni e concept narrativi da portarmi dietro, o meglio, dentro.
Ma la narrativa horror, in termini di formazione personale, non è dominante, almeno per me. Come dice spesso uno dei migliori autori dell’horror moderno, Jack Ketchum: “autori horror, leggete tutto ciò che non è di genere”. Un validissimo consiglio.

B-SIDES: Al di fuori dal genere quali sono gli autori e i libri che ritieni ti abbiano nutrito maggiormente? Quali sono i libri che ti hanno colpito di più tra quelli letti negli ultimi anni?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Io sono nato a pane e Beat Generation, come lettore e scrittore, sia per la prosa che per la poesia, e mi sono immerso completamente e a lungo nella letteratura americana del 900, in particolare. Ho imparato a scrivere, per quello che so fare, leggendo opere di autori, in ordine sparso, come Henry Miller, Brautigan, Nabokov, Wolfe, Hemingway, Kerouac, Borges, Fante, Beckett, Burroughs, Corso, Ginsberg, Whitman, Pasolini, James, Joyce, Faulkner, Steinbeck, Mailer, Pound, Camus. Mi fermo qui per non allungare troppo il brodo, perché dovrei e potrei citare tanti altri autori che insieme a questi rappresentano i tanti, minuscoli mattoni di tutto ciò che sono oggi, e non solo come scrittore. Devo tantissimo a tutti loro, mi sento in debito.
Tra i libri letti recentemente, sopravvissuti alla mole di letture horror che fanno parte del mio lavoro, che ormai stritolano il tempo per altri generi, voglio citare The Man with the Golden Arm di Nelson Agren (tradotto anche in italiano, L’uomo dal braccio d’oro), un romanzo del 1949 che mi ero perso, come tantissime altre cose. Uno dei romanzi al quale sono più legato, da sempre, è Black Spring(Primavera Nera) di Henry Miller, della quale ho una preziosa prima edizione.

B-SIDES: Alessandro Manzetti scrittore: quali sono a tuo parere i tuoi libri cardine, quelli di cui sei più soddisfatto?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Mi è molto difficile considerarmi soddisfatto dei miei lavori, mi sembrano tutti subito superati già al momento della pubblicazione, ma parlando di narrativa sicuramente le opere più significative, che hanno dato vita al mondo distopico di Naraka, dal quale si diramano molte delle mie opere, sono i romanzi Naraka – L’apocalisse della Carne e Shanti – La Città Santa. 
Ma il lavoro che ritengo più interessante e riuscito è una novella, Midnight Baby – Horror Lolita, anche se non è sicuramente tra le mie opere più conosciute e apprezzate, e lo comprendo, visto che è caratterizzata da una scrittura fortemente surrealista ed è un pezzo sperimentale e molto ambizioso, almeno per il genere.
Per la poesia, credo che l’ultima raccolta, Sacrificial Nights, anche se scritta a quattro mani con Bruce Boston, uno dei più grandi poeti dark contemporanei, sia arrivata vicino a quello che vorrei fare. Ma il meglio, sia in narrativa che poesia, devo ancora riuscire a tirarlo fuori, intatto così come nasce. Non è cosa facile, specie per chi come me dedica gran parte del tempo a opere di altri, come editore ed editor, piuttosto che all’attività autoriale che è quasi un lusso ormai.

B-SIDES: Come autore scrivi e pubblichi sia in italiano che in inglese. Quali sono i motivi di questa doppia lingua?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Il motivo è semplice, se vuoi farti conoscere sul mercato internazionale, quello che conta per il genere horror, devi necessariamente tradurre le tue opere in inglese. Per la narrativa scelgo di tradurre ciò che è più adatto al gusto del mercato di alcuni paesi dove sono abbastanza presente come autore, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Per la poesia invece, che da noi non è considerata, a differenza dell’estero di cui gode di grande prestigio, scrivo direttamente in inglese, sia per ragioni tecniche (tradurre poesia significa stravolgerla) sia perché le pubblicazioni in italiano non sono certo una priorità, vista la poca richiesta qui da noi, fatte le dovute eccezioni. Pubblicare in inglese, la lingua internazionale per eccellenza, ti consente di farti conoscere su un mercato molto più grande, e anche e soprattutto di confrontarti con tutti i grandi autori, un fattore di stimolo e di crescita di cui un autore non dovrebbe fare a meno.

Alessandro Manzetti - Independent Legions Publishing
Alessandro Manzetti – Independent Legions Publishing

B-SIDES: Come per la fantascienza e il fantastico, la questione sull’horror italiano impegna da anni gli appassionati. Quando nasce(rà) un horror italiano? Siamo stati o saremo in grado di scrivere racconti e romanzi al livello degli anglosassoni? E oggi quali sono le firme italiane che ritieni più interessanti?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Peferisco passare su questa domanda, essendo a capo del gruppo di autori Italiani della HWA e non fare nomi. In generale, come si evince dalle mie risposte, l’horror Italiano ha potenzialità, ma gli autori non avendo mai vissuto un mercato competitivo. Per ambire a farsi spazio sul mercato internazionale, quello che conta per l’horror (vedi USA e Inghilterra) devono mettere il naso fuori dal nostro piccolo mercato di genere, abbastanza pigro, e misurarsi con le migliori firme (anche scambiando idee con autori stranieri e leggere tanto, non solo il pochissimo tradotto in Italiano) per poter crescere e dare uno spessore internazionale alla propria produzione. In Italia è troppo facile mettersi in luce, la competizione è quasi inesistente e gli autori rischiano di non avere un riscontro effettivo delle proprie potenzialità e sul proprio reale talento.

B-SIDES: Sei un grande appassionato di musica e di metal (come macro-genere comprendente numerosi stili e declinazioni) in particolare. Vorrei che mi parlassi del rapporto trovi tra la musica e la letteratura anche alla luce del tuo bellissimo racconto Midnight Baby – Horror lolita presente nel volume Mar Dulce: Acqua. Amore. Morte (Cut-up Publishing, 2016).

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Ho citato Midnight Baby – Horror Lolita prima di leggere questa domanda, mi fa piacere il tuo riscontro su un’opera davvero particolare, che poi è stata pubblicata anche in inglese. La musica rappresenta un elemento essenziale del mio processo di scrittura, ne fa parte integralmente, sia nell’ispirazione che nei contenuti. L’ultima mia novella pubblicata, Area 52, è dedicata a Janis Joplin, tanto per capirci; c’è molto di lei dentro, anima e canzoni. In Midnight Baby avrai visto come tra i protagonisti, visibili o invisibili, ci sia anche un certo Johnny Cash.
Il metal è un genere che amo da sempre, come il blues, e puoi trovarlo protagonista in alcuni pezzi, come By the Sea (uno dei miei racconti preferiti), dove ho arditamente assemblato alcune canzoni del Black Album dei Metallica con una scrittura marcatamente surrealista.
Lou Reed, Bruce Springsteen, Cat Stevens, i Black Sabbath e molti altri hanno fatto da protagonisti ‘invisibili’ di alcune delle mie storie, sia in narrativa che poesia. Quando scrivo ascolto continuamente musica in cuffia, di vari generi, dal Metal all’Opera. Proprio ieri, mentre scrivevo un breve racconto di fantascienza per una rivista, per tutto il tempo mi sono martellato alternando cose molto diverse come I See a Darkness di CashEmpire of the Clouds degli Iron MaidenKilling the Name dei Rage Against Machine e Kozmic Blues della Joplin.
Lei, Pearl, c’è sempre quando scrivo. In questo periodo sto scrivendo un nuovo romanzo breve, dal titolo Kiki the Beginning, e tra i personaggi-fantasmi che fanno piccole incursioni tra le pagine c’è proprio la Joplin, insieme a Giovanna d’Arco e altre fantastiche donne.
La musica per me è un compagno e alleato, fondamentale.

Skipp & Spector
Skipp & Spector

B-SIDES: Idoppio oltre che nella tua scrittura bilingue e nel binomio lettore/scrittore torna anche e soprattutto nel tuo essere editore/scrittore. Quando e come nasce il desiderio e la decisione di fondare Independent Legions Publishing?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Visto che dopo i fasti di Gargoyle Books, oggi tutt’altra cosa purtroppo, nessuno poteva o voleva riportare in Italia i grandi maestri dell’horror internazionale, insieme alle nuove voci contemporanee. Così ho pensato di farlo io, contando su relazioni dirette su mercati esteri (molto spesso anche con gli autori ed editor), investendo molto sull’horror e sugli appassionati a secco da troppo tempo di letture di livello, proprio nel momento in cui nessun’altra casa editrice puntava più solo su questo genere. Il progetto si è ampliato fin dall’inizio aprendosi anche al mercato internazionale con una linea di pubblicazioni in lingua inglese, che rappresenta metà della produzione della mia casa editrice, differenziandola ulteriormente dalle altre realtà editoriali italiane.

Oggi, dopo poco più di un anno di lavoro, Independent Legions sul mercato internazionale è già considerata una delle case editrici horror più importanti e degne di attenzione, eppure è una realtà italiana, non inglese o americana.
Come dicevo prima per l’attività autoriale, anche come editore è troppo limitativo pensare solo al proprio mercato, che nel nostro caso è davvero molto piccolo e assai poco competitivo.

B-SIDES: Independent Legions Publishing è, benchè giovane, già ricca di titoli e proposte. Non posso non citare i grandi autori già conosciuti ed amati in Italia di cui state pubblicando libri mai tradotti in Italia: Ramsey Campbell, Richard Laymon, Robert McCammon, Jack Ketchum e Poppy Z. Brite.

David J Schow
David J Schow
Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Finora abbiamo pubblicato, in italiano, opere di grandi autori già conosciuti da noi, come Richard Laymon, Ramsey Campbell, Robert McCammon, Poppy Z. Brite, Jack Ketchum e altri, ma anche grandi maestri mai pubblicati da noi, come Charlee JacobEdward Lee e Gary Braunbeck, e alcune delle voci più importanti dell’horror contemporaneo, come Shane McKenzie,Alyssa WongUsman Malik, Lucy Snyder e tanti altri.
Ma l’avventura Independent Legions è appena all’inizio, abbiamo già acquisito, oltre quello che è stato finora pubblicato, una quindicina di romanzi di grandi autori (e continuiamo a fare scouting), tra i quali spiccano due romanzi inediti di Clive Barker (le edizioni italiane di The Scarlet Gospels e Mister B. Gone), dimenticati dall’editoria italica, in uscita questa estate, altri quattro romanzi inediti in italiano di Richard Laymon, tre di Poppy Z. Brite (il primo Disegni di Sangue uscirà ad Aprile), due romanzi inediti di Skipp & Spector, romanzi di maestri assoluti come David J SchowEdward Lee che non hanno mai visto la luce in Italia, e anche grandi firme dell’horror contemporaneo come Nicole Cushing(Mr. Suicide, romanzo vincitore dell’ultima edizione del Bram Stoker Award nella categoria First Novel).

LindaAddison
Linda Addison

Ma a tutti questi titoli in italiano si aggiungono moltissime pubblicazioni in lingua inglese, di grandi autori e delle migliori firme contemporanee.
Già oggi abbiamo in uscita molti di libri in inglese, in formato cartaceo, nel 2017, tra i quali anche il secondo volume dell’antologia da me curata The Beauty of Death, che ha ricevuto la nomination all’edizione in corso Bram Stoker Awards, come migliore antologia, e che contiene opere, in inglese, di autori come Ramsey CampbellPeter StraubPoppy Z. Brite, John Skipp, Edward Lee, Nick Mamatas, Tim Waggoner, Lisa Morton, Linda Addison, Monica O’Rourke e tantissime altre firme internazionali di prestigio (anche alcuni autori italiani). Naturalmente, come puoi immaginare, è molto più difficile pubblicare questi autori nella loro lingua madre, in inglese, piuttosto che in Italiano, e non credo che altre case editrici italiane abbiano mai tentato di farlo.

B-SIDES: A breve pubblicherete due inediti di uno dei più grandi nomi dell’horror internazionale: Clive Barker.

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Anche stavolta ti ho anticipato accennando prima qualcosa; tutto vero, a giugno 2017 uscirà la prima edizione italiana di The Scarlet Gospels (Vangeli di Sangue), mentre a luglio 2017 leggerete la prima edizione italiana di Mister B. Gone (il titolo sarà lo stesso anche in Italiano), mentre più avanti saranno disponibili anche edizioni speciali e numerate di questi due romanzi, come ci hanno chiesto molti appassionati e collezionisti. Siamo ovviamente onorati che Clive Barker ci abbia scelto come editore in lingua italiana delle sue ultime opere.

Poppy Z. Brite
Poppy Z. Brite

B-SIDES: Oltre ad edizioni in doppio formato cartaceo e digitale avete pubblicato edizioni esclusivamente in e-book. Qual è il motivo di questa scelta?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: La linea attuale è di pubblicare in doppio formato, visto che tutti i titoli dei quali abbiamo già acquisito i diritti (sempre in esclusiva), ancora non pubblicati, sono romanzi che dunque meritano una pubblicazione su carta.
Ma per presentare nuovi autori, tramite antologie con vari racconti e novelette, specie all’inizio del nostro percorso editoriale, abbiamo usato la formula dell’eBook che è congeniale per questo tipo di esigenze e progetti.
Il cartaceo richiede una certa lunghezza delle opere, alcune pubblicazioni eBook non era possibile portarle in cartaceo per questo motivo.
Per le pubblicazioni in inglese vale la stessa logica, quando possibile: doppio formato, fatta eccezione per la riproposta in digitale di opere di grandi maestri pubblicate solo in cartaceo, come Edward Lee e Poppy Z. Brite, della quale abbiamo riproposto in forma digitale tutti i racconti in cinque o sei eBook diversi. Bisogna anche sempre tener conto che la disponibilità dei diritti, per queste opere considerate dei classici, hanno diverse logiche per pubblicazioni digitali o cartacee.

B-SIDES: I vostri libri sono acquistabili su Amazon, sullo store del vostro sito e presso alcune librerie specializzate (ad esempio Profondo Rosso di Luigi Cozzi a Roma o Altri Mondi a Torino). Questa è una scelta dettata dalle difficoltà del mercato? Che situazione c’è in Italia per quanto riguarda le librerie di varia?

Alessandro Manzetti - Caleb Battiago

Alessandro Manzetti: Io credo che l’horror qui in Italia non sia un genere da grande distribuzione, da punti vendita sul territorio, in quanto tale distribuzione, con costi e logiche connesse, non si sposa bene col limitato numero di appassionati di genere.
La distribuzione è valida per altri generi, più commerciali.
Nelle librerie italiane i pochissimi libri di genere horror in vendita sono nascosti, spesso lasciati in magazzino, e le rese sono spropositate.
È davvero rarissimo, per chi frequenta le nostre librerie, dominate, come esposizione e marketing, dalle pubblicazioni da supermercato degli editori mass market, trovare un piccolo scaffale dedicato alla narrativa horror, spesso i titoli disponibili ed esposti si contano sulle dita di una mano, mischiati a titoli fantasy e thriller. Eccetto le opere di King, che non è considerabile come un autore only-horror, non ha senso distribuire in maniera capillare delle pubblicazioni horror, l’unico risultato è lasciare il 70% dei guadagni a un distributore che non fa nulla per supportare il tuo lavoro da editore, sia come mentalità che, soprattutto, a causa dell’avversione dei librai per un genere che non vende e che non è richiesto abbastanza. Perfino un autore come Barker non ha funzionato in distribuzione, e si sono visti i risultati: sono dieci anni che non viene più pubblicato, qui in Italia.

Edward Lee
Edward Lee

Vista questa situazione, e il fatto che Independent Legions pubblica solo narrativa horror (a differenza di tutti gli altri editori italiani) abbiamo pensato di rendere disponibili le nostre pubblicazioni in formato cartaceo attraverso Amazon, che credo offra visibilità, facilità e comodità di acquisto per tutti, e servizi a valore aggiunto (vedi pacchi regalo, usato, ecc). Si tratta dello store più importante in assoluto al mondo, lavorare con Amazon significa che tutti i tuoi prodotti possono essere acquistati ovunque con un semplice click. E considera che noi, vendendo pubblicazioni anche in inglese, dobbiamo spedire in tutto il mondo, cosa impossibile con una logistica e distribuzione di tipo tradizionale.
Oltre Amazon, e al nostro store diretto (dove sono disponibili anche offerte speciali e pacchetti, e prenotazioni), i nostri libri sono presenti in alcune librerie specializzate nel genere, due le hai citate. Con questi librai lavoriamo volentieri, e direttamente, visto che sono in grado di proporre opere di genere, essendo specializzati in questo. Il problema è che di librerie specializzate nella narrativa di genere, anche nell’accezione più ampia di ‘fantastico’, in Italia se ne contano una decina. Non è una reale distribuzione, ma a noi fa piacere essere in alcune vetrine ‘fisiche’, per dare un punto di riferimento ai lettori, nelle città dove troviamo partner affidabili, in tutti i sensi, che possono condividere le nostre regole.

Richard Laymon

Per capirci, noi su ogni libro investiamo molto, in anticipi per acquisizioni di diritti e traduzioni, perciò non siamo disponibili a mettere in conto vendita le nostre pubblicazioni, come se fossero opere a costo zero o quasi (penso a libri di autori italiani di genere che non prendono anticipi, se non raramente, e che non necessitano di attività onerose come quelle di traduzione) e aspettare diversi mesi per essere pagati. Molti altri editori si rendono disponibili a questo, pur di cercare di vendere, ma hanno meno rischi d’impresa e costi di progetto che rappresentano il 10% dei nostri, oltre a non pubblicare solo horror, ma farcendo la propria offerta con altri generi e collane.
Independent Legions non può e non vuole lavorare in questo modo, richiede alle librerie partner degli standard precisi. Alcuni li hanno accettati, e questi oggi rappresentano i pochi presidi fisici sul territorio dove poter trovare i nostri libri.
Ma ripeto, credo che acquistare online su Amazon, cosa di una semplicità disarmante per chiunque, oppure sul nostro store, dove spediamo ovunque tramite corriere in meno di 7 giorni (niente piego di libri con attese di oltre un mese per il lettore) renda al cliente un servizio migliore, accessibile e più economico. Andare in libreria, e dunque spendere soldi e tempo, per non trovare un minimo di scelta di titoli horror, è masochismo, credo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni digitali, oltre che su Amazon sono disponibili in tutti i più importanti store online, tramite una distribuzione digitale che copre circa 30 negozi virtuali.
Siamo certi che per il genere horror questa sia una logica più adatta alla realtà, che non fa fallire le case editrici e che consente ai lettori di acquistare facilmente tutte le pubblicazioni, con un click.

Ti ringrazio per lo spazio che ci hai concesso, buon horror a tutti!

Ringraziando a mia volta Alessandro Manzetti vi consiglio di seguire le pubblicazioni di Independent Legions non solo per la loro qualità letteraria ma anche per le pregevoli traduzioni e la cura editoriale in generale. E poi insomma, per me è sempre il momento per un bell’horror!

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Intervista a cura di STEFANO RIZZO

Rickie Lee Jones e la vena d’oro che sto cercando…

Un articolo di 14 anni fa? Eh, sì, questa volta ho davvero scavato nel passato. Questo fu uno dei primi miei articoli decenti pubblicati online, sul bellissimo blog Fumetti di carta gestito da Orlando Furioso. E’ stato uno dei migliori blog di fumetti italiano, con un’interessante parte dedicata ad altro: Cinema, musica, libri ecc…
Che donna, Rickie, è che donne le altre…
17 aprile 2019

(sempre che abbiate staccato gli occhi dall’immagine che sta qui sopra sperando che la ragazza vi guardi, si può cominciare)

Voglio confidarvi un segreto: io conosco una vena d’oro e so anche dove si trova. Non sono l’unico, certo. Ma molti conoscono solo una parte della vena, forse Alessandro Filippini [1] ne sa qualcosa. Io ne conosco una parte che mi sembra grande. Ma forse non la conosco tutta intera neanche io.
Sto ancora cercando la vena d’oro e divento vecchio. Questa vena d’oro comincia da Joni Mitchell ed è lì che io e Alessandro ci siamo spesso incontrati, pur non conoscendoci.

Il suo modo di cantare sottile, suadente e vagamente infantile, i suoi pezzi sognanti e sfumati sono il punto dove la terra della musica femminile americana diventa chiaramente oro, quell’oro che voglio descrivere in queste righe. È un’oro riconoscibile, non è l’unico che si trovi in America e che coinvolga la voce femminile ma ho sempre sentito che quella di Joni e di molte altre è una sola vena, nonostante le apparenze e nonostante tenga insieme i gioielli di donne e artiste distanti anche trenta o quarant’anni.

La ragazza che vedete nella foto è Rickie Lee Jones. Lascia la casa dei genitori e va a vivere da sola a diciotto anni, nel 1973. Nel 1978 incontra Lowell George (suona con Zappa e poi con i Little Feat) e questo grande uomo le produce il primo singolo. Quando Rickie Lee esordisce, a ventiquattro anni, la vena di Joni scorre già da quasi quindici anni. Rickie è una che frequenta Tom Waits (lo incontra nel 1977) e potrei finire qui, è già una donna da amare, ma non è il caso di esagerare con le mitizzazioni. Tanto vi basterà ascoltare il suo primo album, omonimo, uscito per la Warner nel 1979 e prodotto dai professionisti Lenny Waronker e Russ Titelman (già produttori di Randy Newman, ad esempio nel capolavoro Sail away del 1972). È il disco in cui Rickie cerca di comunicare il suo mondo, fatto di brutti locali, vite solitarie, vestiti vecchi, macchine rotte e amori come sogni nascosti sotto una vecchia veranda. E di costruirlo su un jazz sporcato che si fonde al rock, alla canzone folk, alle tonalità meno convenzionali della canzone popolare. C’è Chuck E.’s in love, dedicata a Chuck E. Weiss amico di Waits, cantante, dalla vita molto waitsiana. C’è Easy money, The last chance Texaco, After hours. Ci sono undici canzoni scritte da Rickie quando un suo pezzo pesava più di mesi di vita, più di un sentimento, più di un ricordo.
Poi si va a comprare Pirates (1981) prodotto ancora da Lenny Waronker e Russ Titelman con almeno due capolavori assoluti: We belong together e Living it up. Disco più sperimentale del primo, con pezzi molto lunghi e narrazioni fiume, sapientemente diretti dalla capacità affabulatoria di Rickie, da molti definita cinematografica, aggettivo a me antipatico, perché equivoco e non chiaro. Ma è del resto molto difficile descrivere la grande dote lirica di Rickie che possiede una capacità iconica e di resa della situazione raramente riscontrabile nella canzone americana femminile, a mio parere non inferiore rispetto a quella di Joni. A me la sua musica fa pensare a vecchie foto, più che al cinema, e soprattutto a come una fotografia non sia mai distinta dal ricordo che se ne ha e dal ricordo dell’attimo che vorrebbe preservare. Ma la memoria è cosa mutevole, nonostante non lo si pensi, ed è questo il “movimento” della scrittura di Rickie che fa pensare al cinema, il movimento incessante della memoria.
Proseguendo nel cammino, se siete fortunati, potreste incontrare un gioiello del 1983 che si chiama Girl at her volcano, EP pubblicato in 10 pollici, quasi interamente di canzoni altrui (uno è un dono di Waits e non sarà pubblicato in nessuno dei suoi album). In CD è molto diffcicile trovarlo ma qualche pezzo è presente nel recentissimo triplo CD antologico Duchess of Coolsville, un’antologia perfetta, non fosse altro che necessariamente fa perdere la possibilità di giudicare correttamente e completamente la sua opera, album per album.
Su Girl at her volcano (e su Duchess of Coolsville) potrete ascoltare come interpreta My funny valentine (classico assoluto di Rodgers & Hart, per chi non lo sapesse) e potrete capire come alcune di quelle caratteristiche del cantato di Joni si siano magicamente diffuse, variate, in questa eterna bambina che canta come non si può cantare, almeno nel triste mondo che viviamo e che percepiamo quando, passeggiando per le nostre città, non sentiamo che rumori, fischi, stridii e voci rauche e voci senza voce, delle persone che incontriamo e forse anche di noi stessi.

Qui, nel modo in cui Rickie Lee ha immaginato di cantare My funny valentine, c’è l’oro. Poi The magazine (1984) ci fa scoprire che forse in questa direzione la vena non è più pura. Qualche pezzo è tra le sue gemme (It must be love) e certamente Rickie mette in pratica una concezione assolutamente originale sia della canzone stessa (Rorchachs) sia di album e di sequenza dei pezzi che pochi cantautori hanno dimostrato, ma c’è una lieve sensazione di appannamento data forse dal progetto concept molto ambizioso e dagli arrangiamenti non più così efficaci. Ma Flying cowboys (1989) ci riporta verso l’oro anche se semplicemente ce lo fa intravedere (The horses) forse reso opaco dai suoni un po’ troppo leccati di Walter Becker (ma è il chitarrista degli Steely dan, del resto, no?). Pop pop pop (1991) ci dà la possibilità di ascoltare Rickie Lee alle prese con pezzi non suoi, forse per sviluppare il discorso di Girl at her volcano. Ma qui è l’eleganza e la perfezione degli arrangiamenti e dei musicisti (ci sono Joe Henderson, Charlie Haden e Robben Ford, per dirne tre) che danno il tono al disco, comunque bellissimo, piuttosto che l’irresistibile spontaneità della nostra ragazzina di quarant’anni.
Ancora un passo, dorato, con Traffic from Paradise (1993) prodotto dalla nostra in solitaria, e Altar boy, Pink flamingos e una grande e trattenuta versione di Rebel rebel di Bowie per arrivare al punto dove l’oro si mostra con l’ultimo, emozionante lampo di lucentezza: Naked songs – Live and acoustic (1995). Dovete ascoltare quest’incredibile disco, in Altar boy (qui nella versione migliore) e in ogni pezzo, troverete una malinconia e una dolcezza, una forza e una sensazione di “vita vissuta” che non potrete dimenticare. Quasi tutti i pezzi sono, o almeno sembrano, ancora più veri, più vibranti di quelli delle versioni in studio. La parola acoustic non vi inganni. Non c’è elettrificazione ma non pensate nemmeno per un attimo a certe sonorità laccate e timbriche squillanti e arrangiamenti edulcorati di alcuni dischi “acoustic” dei primi anni novanta. Qui c’è dolore, sofferenza, gioia e speranza e i suoni che queste cose, rare in questa forma così pura, si meritano.
Questo viaggio (e il mio segreto) è, per ora, concluso, ma da qui potreste scorgere con me o da soli i mille rivoli della vena d’oro che vi ho fatto ammirare. La vena passa, infatti, da Edie a Suzanne a Sheryl a Tori (ma si potrebbe vedere, forse, anche Laura e chissà quante altre – ad esempio come negare che Alanis è una ramificazione, magari meno preziosa, di questa stessa vena? – ). [Devo dirvi i cognomi di queste ragazze stupende?]

Per ora imparate a godere della ragazzina col cappello rosso che si accende una sigaretta e non vi guarda, del suo mondo, delle sue canzoniche valgono una vita e della sua voce, gioiello prezioso e impalpabile.

Stefano Rizzo novembre 2005.
Nota:
[1] Alessandro Filippini è un recente collaboratore del settore Musica di fumettidicarta e autore, tra gli altri, anche dell’articolo su Joni Mitchell pubblicato nell’aggiornamento dell’8 ottobre 2005.

La storia di URANIA: intervista a GIUSEPPE LIPPI

Nel maggio del 2016 succede qualcosa che mi riempie di gioia! Compare su Urania una mia intervista a Giuseppe Lippi! A Giuseppe Lippi, su Urania, capite? Da allora faccio molta fatica a stare coi piedi per terra e se si parla di cose assurde, tipo organizzare un cineforum di film dei Vanzina a casa di Scarlett Johansson la mia percezione della fattibilità della cosa è da allora sempre: “Beh, sì, si può fare…”

Grazie Giuseppe, ancora grazie!
L’intervista, in versione integrale, viene ripresa poi da B-Sides Magazine nel settembre 2016.
https://bsidesmagazine.wordpress.com/

9 aprile 2019

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Intervista a Giuseppe Lippi a cura di Stefano Rizzo apparsa sul numero 1630 di Urania (Maggio 2016).

B-SIDES: Personalmente sono orgoglioso di poterti intervistare, dato che il tuo nome (o le tue iniziali puntate) sono state una costante delle mie letture fin da ragazzo. Una prima domanda riguarda la gestazione del Futuro alla gola: quando è nato il desiderio di scrivere una storia di “Urania” e perché la ritieni importante?

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Giuseppe Lippi: Il desiderio non è nato a me ma a Luigi Cozzi, che oltre ad essere cineasta, scrittore e collezionista di fantascienza è anche editore della Profondo Rosso, la libreria editrice fondata con Dario Argento. È stato lui a volere il libro e a spingermi a scriverlo. L’importanza, ammesso che ne abbia, dipende forse dalla sua unicità.

B-SIDES: Hai raccontato con dovizia di particolari l’origine di “Urania” come una prosecuzione nel genere fantascientifico dell’idea del “Giallo Mondadori”, ma non ho trovato nessun riferimento alla particolare scelta delle due colonne per pagina: puoi spiegarne il motivo?

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Giuseppe Lippi: Chi conosce la storia della stampa popolare, ma soprattutto, chi ha avuto per le mani (e per decenni) i fascicoli che uscivano in edicola, sa che il testo non era composto a pagina piena come nella maggior parte dei libri ma su due colonne. Esistono esempi, del resto, anche in campo librario: la Bibbia viene stampata quasi sempre su due colonne e molte edizioni popolari di classici, nel passato, adottavano quel sistema. Personalmente, posseggo una vecchia edizione delle Mille e una notte e una dei Miserabili che graficamente si presentano così. Nel caso dei periodici l’abitudine veniva forse dall’America, dove rotocalchi e pulp magazine erano impaginati su due colonne per affaticare meno la vista (l’occhio può abbracciare una frase compiuta senza doversi spostare attraverso il foglio). È un metodo caro alla stampa giornalistica, oltre che ad alcune edizioni di testi pregiati fin dalle origini della stampa. Dato che si trattava di un’abitudine radicata nell’editoria popolare, Arnoldo Mondadori la trasportò nei suoi gialli economici da edicola e poi in “Urania”, mentre i Libri Gialli da cinque lire dell’anteguerra, distribuiti anche in libreria, erano composti a pagina piena. Venendo al mio libro: non è vero che non abbia parlato di questo aspetto, anche se non mi sono dilungato. Già nel primo capitolo trovo la parte che ti interessa: “A fronte delle iniziative artigianali, e talora coraggiose, degli anni Cinquanta e primi anni Sessanta, i periodici di narrativa Mondadori contrapponevano una veste più dimessa, ma in realtà studiata nei minimi particolari. La carta conserva un’acidità accettabile anche a distanza di decenni, tanto da non risultare particolarmente friabile e da ingiallire lentamente. La stampa del testo su due colonne, con margini relativamente ampi, facilitava la lettura e doppiava i problemi psicologici della pagina di libro tradizionale”.

Urania

B-SIDES: Come consideri una collana periodica di romanzi e racconti come “Urania”? In che modo si differenzia, dal punto di vista della cura editoriale, rispetto ad una collana libraria?

giuseppe-lippi

Giuseppe Lippi: Io sono nato nell’era della carta stampata, delle edicole come succursali indispensabili della libreria. La mia è stata una cultura da edicola molto prima che scolastica o libraria. Trovo che sia meraviglioso surrogare il sapere nelle edizioni brossurate da poche lire (o pochi euro). E se non sono rigorose pazienza, non sarò pignolo neanch’io. Una collana come “Urania” è stata, col senno di poi, forse troppo pulp negli anni Cinquanta, ma era giusto che lo fosse, a quell’epoca non eravamo un paese ammodernato e smaliziato, avevamo fame di letture svelte ed economiche, accettavamo di buon grado le copertine neorealiste e cinematografiche di Carlo Jacono, della “Domenica del Corriere”, per non parlare di quelle bellissime di Kurt Caesar… Negli anni Sessanta la modernità è arrivata e “Urania” è diventata, sia pure in edicola, una perfetta rivista pop. Nel 1967 la veste ammiccante con il rombo colorato è stata abbandonata a favore di quella bianca con la banda rossa che, mutatis mutandis, vige tuttora, e abbiamo salutato la fine di un’epoca. Per me non c’è nessuna differenza tra curare “Urania” e la “Bibliothéque de la Pléiade”: sono tutte e due collane di riferimento nei loro settori. L’unica cosa che devo tener presente, nel metterla insieme, è il numero di pagine che nel caso di “Urania” non è quello della “Pléiade”.

B-SIDES: Del “Futuro alla gola” ho apprezzato moltissimo l’analisi che sta dietro le scelte e la mentalità dei curatori che ti hanno preceduto, da Giorgio Monicelli a Fruttero & Lucentini fino a Gianni Montanari. Nei tuoi ventisei anni di “Urania” puoi individuare dei momenti di cambiamento, dei periodi interni? E qual’è la tua identità di curatore rispetto ai predecessori?

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Giuseppe Lippi: Questa domanda mi lascia un po’ perplesso perché non dovei essere io a dirlo, ma tu! Non so mettermi a confronto con gli illustri predecessori, ma posso dire questo: la mia gestione si ispira più a quella di Fruttero & Lucentini che degli altri curatori, sebbene Giovanni De Matteo abbia detto una volta che “è più vicina a Montanari che a F&L”. Ma ripeto, è un po’ assurdo che certe valutazioni le faccia io dall’interno: sono già abbastanza oberato dal lavoro, ci manca solo che mi metta a pontificare. Posso dirti invece che all’interno di questo quarto di secolo esistono dei periodi interni più o meno facilmente identificabili: l’inizio degli anni Novanta con il decollo del Premio Urania, l’apertura agli autori italiani e l’affermazione di Valerio Evangelisti; la fase degli esperimenti, con il cambio di veste grafica e il passaggio al formato tascabile con cui si è concluso il secolo; il ritorno alla veste bianca nei primi anni Duemila, con maggior attenzione ad autori nuovi per il nostro mercato: John Crowley, Greg Egan, le antologie di sf cinese; verso la metà del decennio c’è stato il boom di Urania collezione, vale a dire dei classici. Nel 2012, col ritorno al formato libro e l’abbandono del tascabile, io credo che ci siamo concentrati come non mai sulla qualità dei testi. E questo sia nelle proposte inedite che nelle riproposte, attraverso due livelli di ristampe.

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Le copertine di Urania disegnate da Curt Caesar

B-SIDES: Il tuo amore per la qualità materiale e per quella grafica dei libri è evidente, ho molto apprezzato le considerazioni sulle copertine e i loro illustratori. Se le scelte grafiche fossero nelle tue mani, quali proposte faresti?

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Giuseppe Lippi: Punterei a una veste grafica più aggressiva, forse rinunciando allo storico cerchio. E se questo fosse impossibile, impaginerei diversamente la testata, in modo che il nome di “Urania”, quello dell’autore e il titolo non venissero a pesare in verticale sull’illustrazione. Forse tornerei a una veste come quella dell’Urania collezione prima serie, ma dico così per dire: la grafica delle collane è decisa rigorosamente dall’editore.

B-SIDES: Io leggo e considero la fantascienza all’interno del grande genere del fantastico e di conseguenza apprezzo molto sia le commistioni sia gli inserimenti in “Urania” di romanzi di qualità non propriamente sf (vedi ad esempio il bellissimo “Canto di Kalì” di Dan Simmons, sostanzialmente un horror, o “Il Cabalista” di Amanda Prantera recentemente ristampato). Mi sembra che una buona parte dei lettori invece non apprezzi le fughe dal genere. Tu come ti poni?

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Giuseppe Lippi: Al tuo stesso modo, perché non le ritengo fughe dal genere. Se il fantastico scaturiva ieri dalla stregoneria, oggi la scienza somiglia sempre più a una conquista faustiana. Non diceva Arthur Clarke che ogni tecnologia, raggiunto un determinato livello di sofisticatezza, è indistinguibile dalla magia? Se una storia si svolge ai nostri tempi ed è sorretta da un buon impianto intellettuale, che sia horror o fantascientifica poco importa: si tratta della stessa fuga, non dal genere ma dalle strettoie di un concetto di realtà opprimente.

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Le copertine di Urania disegnate da Karel Thole

B-SIDES: Il blog ufficiale di “Urania” è un luogo in cui è possibile scambiarsi opinioni e consigli ma talvolta degenera in attacchi violenti e poco costruttivi alla collana. Come reagisci a queste critiche?

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Giuseppe Lippi: Ne tengo conto, naturalmente, ma se sono distruttive o poco costruttive non commento. In realtà il “blog” così concepito ha fatto il suo tempo: andrebbe trasformato in un vero e proprio sito.

B-SIDES: Parallelamente all’inserimento di ristampe in “Urania” sono state varate due collane molto apprezzate: “Urania” Jumbo, dedicata ai romanzi lunghi recenti e “Urania” Horror, che spazia dal classico al contemporaneo. Sarebbe molto bello che tu potessi anticiparci il prossimo futuro di queste collane.

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Le copertine di Urania disegnate da Karel Thole
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Giuseppe Lippi: Non posso perché il futuro dipende da tirature, periodicità e prezzi. La serie horror sarà d’ora in poi semestrale, i Jumbo invece rimangono come sono e quest’anno proporranno un inedito di Arthur Clarke, “Rama Revealed“.

B-SIDES: Da qualche tempo si riparla di “Urania” Fantasy… finalmente è arrivato il momento di presentare nuovamente in edicola classici e novità di questo genere?

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Giuseppe Lippi: Ora come ora non abbiamo progetti ma solo desideri. Però è chiaro che ci piacerebbe molto.

B-SIDES: La scrittura del “Futuro alla gola” ha richiesto molto tempo?

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Giuseppe Lippi: Sì, perché non mi è stato subito chiaro in che modo impostarlo, quale “voce” adottare. Credo di averla trovata riscrivendolo non una ma due volte e continuando a modificare le bozze. In tutto, considerando una lunga interruzione nel 2010, quasi quattro anni. Luigi Cozzi è stato molto bravo, molto comprensivo: non mi ha messo fretta né io l’ho messa a lui. Ho consegnato il file definitivo nel 2012 e sono passati altri tre anni per arrivare all’uscita. Ora però siamo contenti…

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Il futuro alla gola
Giuseppe Lippi,
Editore: Profondo Rosso
2015 – pp. 302 – € 29,00

IL FUTURO ALLA GOLA. una storia di “Urania” dagli anni Cinquanta al XXI secolo – GIUSEPPE LIPPI

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Giuseppe Lippi “Il futuro alla gola”

Voglio ricordare con questo e il prossimo post una persona che mi ha regalato tantissime pagine di fantastici libri… GIUSEPPE LIPPI (1953 – 2018)

Ripropongo qui uno dei primi articoli che ho scritto per Bsidesmagazine dopo un lungo periodo di assenza dal web. Nel senso di presenza attiva, di scrittura per siti ecc. (Dovremmo parlare un giorno dei newsgroup!!!) In quegli anni non si sa bene cosa abbia fatto… Nei primi 2000 già scrivevo già qualcosa (mitico il blog Fumetti di Carta!!!), poi vuoto fino appunto al 2015. Forse si può definire “la grande era in cui rompevo le palle agli amici (al telefono fisso!) con le mie logorroiche ed esaltate opinioni su tutto quello che leggevo, guardavo, ascoltavo…” No, in realtà quell’era dura ancora, nonostante tutto… Grazie amici per la pazienza!

https://bsidesmagazine.wordpress.com/

Urania è la collana che più ha reso celebre e diffuso la fantascienza in Italia.

È stata (ed è) la collana più venduta, quella più popolare. Gli appassionati la amano ancora molto (nonostante le critiche di alcuni lettori che si possono leggere on-line), tant’è che è ancora oggi viva e prosperante, nonostante la riduzione del mercato di fantascienza (nonchè di tutte le collane da edicola Mondadori, il Giallo, Segretissimo e i Romanzi). Recentemente le altre collane appena citate hanno subito un dimezzamento delle uscite che non ha toccato Urania, segno della tenuta di un genere e, forse ancor più, di una collana.

Le prime copertine di Urania di Curt Caesar
Le prime copertine di Urania create da Curt Caesar

Quest’estate è finalmente uscito per Profondo Rosso un volume molto atteso dagli appassionati: “Il futuro alla gola. una storia di Urania dagli anni Cinquanta al XXI secolo scritto da Giuseppe Lippi.
Lippi è il curatore di Urania dal 1990 e grandissimo esperto di SF e di letteratura fantastica in generale. Sua è l’edizione di riferimento in Italia per l’opera di H. P. Lovecraft che è stata recentemente riproposta in volum(on)e unico. Dal 1980 al 1998 ha curato e tradotto per Mondadori molti volumi di genere horror e fantastico occupandosi delle collane Oscar Fantascienza, Fantasy e Horror. Molto importanti e preziose sono le sue antologie “150 anni in giallo” del 1989 e “Racconti fantastici” del ‘900 del 2009. Tra le sue cure più importanti ricordo quella del Conan di R. E. Howard e la revisione della traduzione per l’edizione più recente delleCronache di Narniadi C. S. Lewis.

Le inquietanti e surreali copertine di Urania di Karel Thole
Le inquietanti e surreali copertine di Urania create da Karel Thole

Già autore, nel 1978, di uno storico volume sulla storia della fantascienza in coppia con Vittorio Curtoni (con cui lavorò a Robot) questa volta si cimenta nell’impresa di narrare le vicende editoriali di Urania attraverso gli anni e le epoche. Una storia di una collezione da edicola potrebbe sembrare cosa interessante solo per i maniaci dell’editoria e della cultura pop (del quale gruppo credo proprio di far parte!) ma sono certo che in questo volume si possa trovare, nel riflesso di una collana di fantascienza, una radiografia dei gusti e delle mentalità italiane. Lippi non tralascia nulla, dalle scelte editoriali all’atteggiamento verso gli scrittori italiani (dagli pseudonimi degli inizi al completo allontanamento in zona-rubriche fino al ritorno degli italiani con il Premio Urania e i vari Evangelisti, Masai, Tonani ecc.), dall’epoca dei tagli ai romanzi per poterli inserire nella griglia fissa delle 150 pagine ad un’epoca più recente in cui matura un maggiore attenzione filologica e una cura rinnovata anche per quanto riguarda le rubriche e i saggi critici, dai mutamenti grafici grafici agli illustratori. Ed è a mio parere attraverso il mutamento delle scelte grafiche che Lippi riesce a raccontare il mutamento di gusto sia dei curatori e dell’editore, sia dell’Italia e degli appassionati. È un amore grandissimo quello che Lippi prova per la collana e ciò è evidente nell’appendice dedicata a Kurt Caesar, Carlo Jacono, Karel Thole, Giuseppe Festino, Franco Brambilla e gli altri artisti che hanno visualizzato i sogni di centinaia di scrittori per sessantanni. Importanti, come è ovvio, sono le considerazioni che Lippi riserva ai curatori che dal fondatore Giorgio Monicelli a Franco Lucentini e Carlo Fruttero, da Gianni Montanari lo hanno preceduto al timone della collana. Davvero interessanti sono le riflessioni che trae dall’analisi della conduzione di Fruttero & Lucentini, l’epoca ancora oggi più mitizzata (anche se una collana bella come Urania Collezione negli anni ’70 gli appassionati potevano solo sognarla) e ciò che si comprende di un’apparentemente semplice lavoro di “selezionatori” di titoli da pubblicare è davvero illuminante.

Le inquietanti e surreali copertine di Urania di Karel Thole
Le inquietanti e surreali copertine di Urania create da Karel Thole

Grazie quindi a Giuseppe Lippi non solo per aver traghettato Urania, passando per l’allora leggendario duemila, nel XXI secolo in un viaggio che dura già da 25 anni attraverso scelte spesso indovinate e recuperi intelligenti ma anche per aver saputo riassumere in questo volume un percorso culturale unico e, nonostante il suo carattere popolare, assolutamente prezioso.

21, ottobre 2015

Il futuro alla gola
Giuseppe Lippi,
Editore: Profondo Rosso
2015 – pp. 302 – € 29,00

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Articolo di STEFANO RIZZO

Giuseppe Lippi
Giuseppe Lippi

Diamoci una mossa!

Un blog per raccogliere tutto!

Oggi ho deciso: faccio un blog. Con un ritardo di circa 15 anni finalmente ci sono arrivato anch’io! Anche perchè collaboro da qualche anno con alcuni siti e riviste (Nocturno, Pulp Libri, Bsidesmagazine…) e mi sembrava previdente raccogliere tutto in un solo blog. Qui ripubblicherò piano piano tutti gli articoli scritti altrove ma ci saranno anche inediti, cose dettate da esigenze più immediate e spontanee. A presto!

γνῶθι σεαυτόν
Stefano

Intervista ad ANTONELLO CRESTI. Musica ed esoterismo.

Ripropongo qui un’intervista ad Antonello Cresti, oggi ben più conosciuto di quattro anni fa, pubblicata su Bsidesmagazine! Buona lettura!

https://bsidesmagazine.wordpress.com

13 giugno 2015

Antonello Cresti
Antonello Cresti

Antonello Cresti è, proprio come la materia esoterica che studia, un tesoro per pochi (quel piccolo popolo che compra e legge saggi sulla musica), ma che meriterebbe essere di tutti.
Antonello Cresti è uno degli autori più interessanti che si siano occupati di musica in Italia negli ultimi anni e questo perchè, a differenza di moltissimi suoi colleghi, non teme di inserire la musica che tratta in un discorso più ampio, che coinvolge la cultura del paese che l’ha prodotta (nel suo caso l’Inghilterra), nonostante questo implichi lunghi studi e approfondimenti interdisciplinari.
Cresti ha scritto libri importanti per chi si interessa di musica inglese, ma direi, addirittura, di musica in generale. Sono molto felice di poterlo incontrare e di dialogare con lui sui temi dei suoi libri.

Jimmy Page davanti alla Boleskine House, la villa scozzese che fu di Aleister Crowley, l'occultista che ha influenzato più di ogni altro con la sua vita e il suo pensiero la musica esoterica inglese e non solo.
Jimmy Page davanti alla Boleskine House, la villa scozzese che fu di Aleister Crowley, l’occultista che ha influenzato più di ogni altro con la sua vita e il suo pensiero la musica esoterica inglese e non solo.

B-SIDES: I tuoi libri colmano un vuoto nel mercato editoriale, nessuno aveva precedentemente dedicato testi alle origini e alle influenze esorteriche nella musica inglese dagli anni ’60 ad oggi. Ti sei spiegato il motivo di questa mancanza?

Antonello cresti pic

Antonello Cresti: Si tratta di uno dei tanti vuoti, chiamali se vuoi “censure” del nostro mondo editoriale. Ad onor del vero, sia pure in maniera frammentaria, qualcosa in lingua inglese è uscito, ma in Italia il discorso è diverso… Io cerco di scrivere su quello che mi piacerebbe leggere! Sui motivi di queste mancanze credo si tratti di una propensione alla viltà e alla volontà di non osare, sia perchè ritenuto commercialmente rischioso, sia perchè è meglio attenersi alla visione ufficiale delle cose, anche quelle artistiche.

B-SIDES: Quasi tutti i tuoi libri sono legati tra loro e fanno parte, a mio parere, di un’unica opera in progress. Anche tu la vedi così?

Antonello cresti pic

Antonello Cresti: Senza dubbio! Anzi, dirò di più: tutto quello che faccio nasce con l’intenzione di svilupparsi dialogicamente con gli altri miei progetti, presenti, passati o futuri. Questo perchè credo che qualsiasi operazione “culturale” sia da intendersi primariamente come un punto di partenza, non un arrivo. Dunque si apre una porta e poi si invita altri ad oltrepassarla, oppure lo si fa noi stessi. Spesso amici giornalisti e scrittori mi hanno detto cose tipo “hai scritto il libro a cui pensavo da tempo, ma non avevo il tempo o la concentrazione giusta…” Ecco, quando sento queste frasi mi sento obbligato a svolgere questo work in progress cui accenni tu.

Uno dei capolavori dei Third Ear Band uscito nel 1971 di cui Cresti parla in "Come to the sabbat" e "Solchi sperimentali".
Uno dei capolavori dei Third Ear Band uscito nel 1971 di cui Cresti parla in “Come to the sabbat” e “Solchi sperimentali”.

B-SIDES: Con Fairest Isle. L’epopea dell’electric folk britannico (Aereostella, 2009) inizi quella che può essere considerata una trilogia sull’Inghilterra e la sua musica più segreta. Ci puoi parlare di questo libro?

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Antonello Cresti: L’idea di base di quel libro era riflettere sul senso che la tradizione (musicale, in questo caso) può rivestire nel mondo attuale. Il caso dell’electric folk da questo punto di vista è esemplare poichè si tratta di una musica che discende da epoche antichissime, ma che è capace di rinnovarsi completamente, mostrando anzi una propensione alla sperimentazione, alla ibridazione, maggiore di molti altri generi. Ho tentato dunque di mettere in fila i tanti grandi album folk inglesi degli anni sessanta e settanta cercando di ricontestualizzarli in un quadro più storico, sociologico e culturologico.

B-SIDES: L’anno successivo pubblichi Lucifer over London. Industrial, folk apolittico e controculture radicali in Inghilterra (Aereostella, 2010), dedicato ad alcuni musicisti fondamentali dell’industrial e del folk apocalittico UK, ovvero Throbbing Gristle, Psychic TV, Current 93 e Coil. Quando ho letto questo libro due temi relativi alla cultura inglese mi hanno colpito moltissimo: uno è l’attrazione da parte di tutta quella cultura per le tematiche della decadenza (dell’Inghilterra, dell’occidente, del mondo), l’altro è la tradizione dell’eccentricità.

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Antonello Cresti: La cultura britannica è uno strano enigma, poichè molto spesso ha espresso con forza, in contemporanea, una cosa ed il suo opposto. Tu parli di poetica della decadenza (Gibbons, Toynbee, Yokey – che era irlandese – Swinburne e altri) e ciò avveniva in un momento storico in cui la cultura inglese era anche pompa e trionfalismo. Sull’eccentricità il discorso è vastissimo e meriterebbe una lunga riflessione: provo dunque a metterla con un esempio pratico… Se mi venisse chiesto la ragione per la quale io sono grato alla cultura inglese non farei riferimento a Shakespeare o tanti altri “eroi” che in ogni caso ammiro, ma risponderei che ciò che davvero amo è una attitudine alla vita fatta di gioco, di rottura delle convenzioni, di oltrepassamento dei limiti. Questo si esprime in mille rivoli, ed io, ad esempio, stimo più onorevole una vita fatta di “wild swimming” e stranezze varie, che anche io metto in pratica, che una vita alla teutonica, con poco spazio per una creatività espressa anche nelle piccole cose.

Il leggendario spettacolo dei seminali Black Widow di cui si parla in "Come to the Sabbat".
Il leggendario spettacolo dei seminali Black Widow di cui si parla in “Come to the Sabbat”.

B-SIDES: Il terzo libro, Come to the sabbat. I suoni per le idee della Britannia esoterica (Tsunami, 2011), è forse, finora, il tuo opus magnum. Uno stupefacente archivio delle innumerevoli sfumature esoteriche della musica inglese degli ultimi cinquantanni. Il tuo lavoro è importantissimo in primo luogo perchè, come tu stesso hai scritto, non esiste, nemmeno in inglese, un’opera che sia riuscita a trattare esaustivamente il tema che ti sei proposto. Come hai impostato la tua ricerca? Hai avuto delle difficoltà?

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Antonello Cresti: E’ stato il lavoro più impegnativo che abbia affrontato sino ad ora. La prospettiva culturologica è al suo massimo in quel libro e per scriverlo mi sono avvalso – oltre che delle fonti dirette – di testi di critica letteraria, filosofia, storia, storia della magia, storia del folklore, storia delle arti… Un viaggio bellissimo che mi ha impegnato a lungo, ma dal quale io stesso ho scoperto molte cose che ancora non conoscevo. Anche musicalmente…

B-SIDES: Quali sono stati i libri più utili su cui ti sei potuto basare per partire per la tua lunga ricerca? Ci sono alcune letture che puoi consigliare a chi volesse approfondire l’argomento “esosterismo” (passami il termine generico e onnicomprensivo)? In italiano ci sono opere enciclopediche ben fatte? E per quanto riguarda le opere esoteriche quali sono secondo te quelle da leggere, quali i classici ancora illuminanti?

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Antonello Cresti: Provo a citare a memoria alcuni libri che mi sento di consigliare: “Albion” di Peter Ackroyd, “Utopia Britannica” di Chris Coates, “The Modern Antiquarian” di Julian Cope, i testi degli studiosi Graham Harvey e Ronald Hutton, utili per conoscere il neopaganesimo inglese. Un bellissimo libro di musica è “Electric Eden” di Rob Young. Tutto in lingua inglese, purtroppo…

Austin Oman Spare, figura enormemente importante della magia del '900 nonché grande artista, in un autoritratto.
Austin Oman Spare, figura enormemente importante della magia del ‘900 nonché grande artista, in un autoritratto.

B-SIDES: È davvero unica la tecnica da te scelta di inserire le interviste nelle colonne di lato dei fogli con testo bianco su sfondo nero, mentre il testo principale prosegue parallelamente sulle colonne centrali. Anche questa scelta contribuisce a sottolineare l’anticonformismo e la libertà di pensiero che sta alla base della gran parte delle ricerche e delle idee degli autori e dei musicisti trattati.

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Antonello Cresti: Mi piace pensare che un libro non sia un monologo autoriale, ma che l’oggetto dello studio possa “dire la propria”. Quando si parla di persone viventi ciò è per fortuna possibile e – devo dire – io sono il primo lettore di queste interviste! Le trovo un complemento affascinante.

B-SIDES: Dopo la trilogia sull’Inghilterra esoterica ti sei dedicato ad una ricerca sull’avanguardia dagli anni sessanta ad oggi con il volume Solchi sperimentali. Una guida alle musiche altre (Crac Edizioni, 2015). Ci sono alcuni nessi con i temi da te trattati precedentemente, ce ne puoi parlare?

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Antonello Cresti: I miei precedenti libri seguivano un criterio settoriale geografico e culturologico, adesso invece sono interessato solo ad enucleare un approccio stilistico alla materia sonora. In “Solchi Sperimentali” trovi certamente artisti di cui ho già parlato, ma la gran parte è inedita per chi mi segue da un po’. E, anzi, qui il gioco è stato opposto: non fossilizzarsi sulla scena anglofona, ma andare a scovare tesori musicali altrove. Al solito è stato un bellissimo viaggio che mi ha permesso di conoscere tanta musica nuova che adesso fa parte del mio bagaglio.

Una celebre foto di Maxine e Alex Sanders (al centro e a destra), due delle figure più influenti nell'esoterismo degli anni '60 inglesi.
Una celebre foto di Maxine e Alex Sanders (al centro e a destra), due delle figure più influenti nell’esoterismo degli anni ’60 inglesi.

B-SIDES: Devo dire che apprezzo questa tua apertura mentale che ti permette di esplorare ambiti musicali anche lontanissimi fra di loro. Questo vorrà dire che anche i tuoi gusti sono eclettici e quindi sarà molto difficile per te segnalarci i tuoi artisti preferiti…ma purtroppo ti tocca questa tortura! (Io odio rispondere a queste domande ma amo farle!).

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Antonello Cresti: Oddio… non difficile, ma impossibile! Se pensi che nei miei libri sinora ho resocontato del mio amore per centinaia e centinaia di artisti, e che questi rappresentano solo una parte dei miei ascolti, hai le proporzioni di tutto. Faccio prima a dire cosa non mi piace, ma non so se questo interessi!

B-SIDES: E dal punto di vista letterario quali sono le letture più formative per te? E nel fumetto?

Antonello cresti pic

Antonello Cresti: Nell’ambito del fumetto le mie conoscenze sono minime… Conosco solo Topolino e certe esperienze di arte influenzata dalla psichedelia. Per i libri è diverso, anche se sono sempre stato più attratto dalla saggistica che dalla narrativa. Seguendo la mia attitudine scelgo testi che propongano una visione della vita diversa da quella dominante e dunque mi interessano tutte le idee nel solco dell’anticapitalismo (ecologia, spiritualità, controcultura…) ad esempio.

La magica atmosfera della Penguin Café Orchestra era resa perfettamente anche nelle copertine, in questo caso opera di Emily Young, la cui voce compare nel disco. A lei i Pink Floyd dedicarono See "See Emily play"!
La magica atmosfera della Penguin Café Orchestra era resa perfettamente anche nelle copertine, in questo caso opera di Emily Young, la cui voce compare nel disco. A lei i Pink Floyd dedicarono “See Emily play”!

B-SIDES: Qual è la tua posizione riguardo alla magia e all’esoterismo in generale? Hai una tua interpretazione personale? Prima ti ho chiesto delle tue conoscenze sul fumetto perchè, ad esempio, Alan Moore ha una posizione nei confronti della magia molto affascinante e convincente.

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Antonello Cresti: Non amo conventicole e ortodossie. L’esoterismo mi interessa in quanto – come dicevo prima – può essere inteso come una delle tante vie per evincersi per differenza e non fare la vita da automi che il Sistema vorrebbe. Personalmente sono molto affascinato dalla importanza che la Natura ha in molte pratiche neopagane, collegate con la magia. Io stesso ho celebrato il mio matrimonio pagano, il mio handfasting, in un cerchio di pietre della Cornovaglia…

B-SIDES: Il tuo prossimo progetto editoriale, sempre edito da Crac Edizioni sarà dedicato all’avanguardia italiana, anche questo un tema mai trattato da nessuno in volume. A che punto sei con il lavoro?

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Antonello Cresti: Si chiamerà “Solchi Sperimentali Italia” (il work in progress torna sempre…) e in qualche modo è una summa di ciò che ho fatto, nel senso che segue l’impostazione del primo volume, ma aggiunge le interviste, come in “Come to the Sabbat”… Saranno 170 e, credetemi, renderanno questo studio davvero qualcosa di proporzioni mai tentate. Sono a fine scrittura e conto di uscire a Ottobre. Restate sintonizzati!
Anch’io vi rinnovo il consiglio di tenere d’occhio Antonello Cresti e i suoi libri unici. Sono “libri per tutti e per nessuno” e potranno farvi scoprire tesori preziosi!

Articolo e intervista a cura di Stefano Rizzo.

The black one” dei Sunn O))) è uno dei grandi dischi del black metal dell’era digitale e contine il loro capolavoro “Báthory Erzsébet” dedicato alla contessa sanguinaria ungherese.

https://www.youtube.com/watch?v=HkIpddogl_Y

Twin Infinitives” dei Royal Trux è stato nel 1990 un tremendo schiaffo per le orecchie, un capolavoro di decostruzione-ricostruzione del rock, il Trout Mask Replica del low-fi.

https://www.youtube.com/watch?v=kpcwA2fJkAw

God in three Person“: uno degli innumerevoli e imprevedibili album dei Residents, un’opera “rock” molto, molto diversa da quelle prog.

https://www.youtube.com/watch?v=fntErJnXLU8

Of Ruine or Some Blazing Starre“: uno dei capolavori (uscito nel 1994) del folk apocalittico dei Current 93 (citazione da Crowley) progetto di David Tibet.

https://www.youtube.com/watch?v=SmHuwTCWyC0

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