Phil Lesh, la stella oscura…

Sono proprio inaffidabile. Non pubblico da quasi due mesi! Ma come credo di gestire un blog in questo modo? Ma insomma, scrivo per Pulp, per B-Sides Magazine, per Nocturno, e poi devo leggere, ascoltare musica, guardare film. Come posso essere un critico credibile altrimenti? Va beh, basta scuse, andiamo avanti. Qui, ragazzi e ragazze, vi propongo una pagina sui Grateful Dead pubblicata originariamente addirittura su My Space!!! Ahahahahaha, My Space, capite?? Beh, i GD mi piacciono ancora e anche Phil Lesh. Viva i bassisti, colonne del mondo.

Novembre 2008

Riascoltando il favoloso cofanetto da 5 CD The Grateful Dead movie soundtrack che contiene sei ore e mezza di musica dalle serate al Winterland dal 16 al 20 ottobre 1974 (solo in parte sono comprese nel film) mi sono reso conto che: va bene, Garcia è un viaggiatore, suona con una mano pazzesca, leggerissimo, imprendibile, suono fuori di testa, l’interplay tra la band è giustamente leggendario, le jam spesso fanno quasi paura, tanto sono evocative, i pezzi stessi in molti casi sono irripetibili, le armonie vocali sono da pelle d’oca (seppur, in sede live, non proprio intonatissime), non c’è mai una tournèè uguale all’ altra ecc. ecc. Ma c’è qualcosa che veramente è gigante, indescrivibile e quasi incredibile: il basso di Phil Lesh.

Ora, smettendo di incensare inutilmente la bravura di Phil, io mi chiedo, c’è un altro bassista con le sue caratteristiche? Lesh è un bassista lontanissimo dall’essere un bassista. Suona lo strumento in una maniera che viene veramente da un altro mondo. Credo che sia importante il suo background nella musica contemporanea (quanto è stato importante lo studio con Berio al Mill’s College?) e che conti certamente lo studio del contrappunto e l’influenza del jazz…ma c’è dell’altro.
Spesso si ha l’impressione che Lesh crei le linee di basso mentre la musica prosegue; che sia anche un po’ titubante, che provi una cosa e poi un’altra, che non abbia nemmeno l’atteggiamento di uno che tutto sommato sta suonando musica, ma che stia facendo altro. Poi, spesso nei momenti più folli, nei vari “space” o jam o nell’innominabile Stella nera (in quello stesso 1974 uscì anche il Dark Star di Carpenter!), qui in una versione di 24 minuti o in The other one, una delle mie preferite, dimostra il suo ineguagliabile estro, suona con una scioltezza che raggiunge quasi l’amico Jerry, poi il climax e al culmine di esso il suo basso produce tre note, due, anche una sola e l’universo esplode come forse solo Jack Kirby incazzato nel 1970 appena fuggito dalla Marvel avrebbe potuto disegnare…

Non so, sono senza parole e mi accorgo di essere tornato alle metafore fumose che non portano molto lontano quando invece volevo capire tecnicamente perchè Phil Lesh è così incredibile.

Ma forse le metafore a qualcuno piacciono e poi se Phil Lesh non fosse il più grande enigma del rock, i Grateful Dead sarebbero così affascinanti, ancora oggi?

Stefano Rizzo

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