Re per una notte, Martin Scorsese (1983)

Paul D. Zimmerman, critico del Neewsweek dal ’67 al ’75, fu autore di molte sceneggiature, ma di queste ne venne realizzata solamente una, quella perKing of Comedy. Concepita nel ’71 e passata prima per le mani di Cimino, che l’abbandonò dopo il leggendario tracollo di Heaven’s gate, arrivò infine in mano a Scorsese che la lesse nel 1975, dopo Alice non abita più qui, ma non la sentì nelle proprie corde. Fu solo dopo Taxi driver e Toro scatenato che si accorse di quanto il mondo di Rupert Pupkin fosse vicino a quello dei suoi film. Pupkin, solo e disperato, è una sorta di Travis Brickle che riesce a trovare un suo posto nel mondo, e non a caso De Niro decise d’interpretare quella parte fin dalla prima lettura della sceneggiatura nei primi anni ’70. Poco amato in Usa (in Inghilterra vinse invece un Bafta per la sceneggiatura), è diventato in seguito chiaro che fosse uno dei film che più limpidamente rappresentavano l’America degli anni Ottanta e l’assoluto orrore dello spettacolo che si sostituisce alla realtà. Pupkin, nella mia top 3 delle parti di Bob, non è uno psicopatico che vuole diventare comico, o solo un rivale di Jerry Langford (un gelido, insostituibile Jerry Lewis) ma è semplicemente il suo disvelamento, non più folle di tutti gli altri, non più violento. Un uomo ossessionato dallo spettacolo, come tutti noi.

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